Mese: Maggio 2013

Una mia svista (fatta senza malizia)

Mi sono reso conto oggi che ho scimmiottato le tipologie di titolo di un noto, notissimo ormai, sito in cui si parla del mondo enogastronomico. Seguitissimo e spesso interessante, a volte scandalistico (e non è un complimento).

Non l’ho fatto con malizia, deve essermi rimasta impressa nella mente e poi la mano è andata in automatico (velocemente è patita la mia mano).

Ormai lascio quei titoli come sono poi, per i prossimi che seguiranno, cercherò qualcosa di diverso.

Una mia svista

Però è interessante vedere come la mia personale Gestalt funziona. Come quella di tutti penso. Si incamerano cose che paiono fatte bene poi, in certi casi senza volerlo ma in altri non ci giurerei, si tirano fuori come fossero nostre. Mi era già capitato per la ricetta degli Spaghetti aringhe e fave e me ne ero accorto rimangiando altri piatti dello stesso cuciniere (come piace essere chiamato a lui).

Però mica è sempre male! Scimmiottando s’impara, poi, a trovare una propria strada.

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Petto e coscia di piccione in padella

Ormai ero partito in quarta la sera del piccione e dell’amica celiaca. Rischiando di essere monotematico ho deciso di riproporlo accompagnato ancora da liquirizia e dal suo sugo.

So che è una cosa che non si fa ma se si esclude l’analisi macroscopica degli ingredienti e quindi la convergenza dei sapori il risultato è stato piacevole e affatto monotono.

Il piccione del resto ha altro sapore e altra consistenza rispetto al suo fondo. Non c’è il riso che smorza e aggiunge il sapore del parmigiano. La grassezza data dal burro rimane soltanto nel fondo del piccione. Che devo aggiungere? A me il piccione potete darlo da mangiare anche per tre mesi di fila che io non mi annoio.

Petto e coscia di piccione in padella

Per 4 persone (i bambini mangiavano verdure al vapore):

  • I petti e le cosce di 2 piccioni (mezzo piccione a testa)
  • 1 cucchiaio di olio evo
  • Aglio
  • Rosmarino
  • Sale
  • 1 cucchiaio di fondo di piccione a testa
  • 4 pasticche di liquirizia
  • 1 bicchiere d’acqua

In una padella abbastanza larga da contenere tutti i pezzi di piccione mettere l’olio e l’aglio.

Quando l’olio sarà caldissimo aggiungere le cosce dalla parte della pelle e dopo due minuti i petti sempre dalla parte della pelle.

Per questi ultimi aiutatevi con un cucchiaio se vi fa paura, ma meglio con le mani, e teneteli schiacciati al fondo della padella per un minuto. Se avete due mani potete farne due per volta.

Abbassate il fuoco e mettetelo a media potenza e lasciate che il calore salga dalla parte della pelle. Fatelo salire il più possibile facendo attenzione che non bruci. Esattamente come quando cuocete un filetto di pesce o come ho spiegato qui per il petto di pollo.

Di quando in quando controllate anche le cosce e rigiratele sovente.

Quando vi sembra che il calore non salga più sul petto aggiungete il rosmarino, giratelo e lasciatelo cuocere un minuto o due ancora. Poi spegnete il fuoco e lasciate li per un altro minuto.

Se farete più o meno così i petti resteranno ben rossi al cuore, quindi succosi e morbidi, ma alla giusta temperatura.

Togliete i petti dalla padella e metteteli sospesi sopra ad una grigliata in modo che, se perdono dei succhi, questi non ammollino la crosticina saporita formatasi sulla carne.

È venuto il momento di impiattare.

Date una pennellata al piatto con la liquirizia pura sciolta nel bicchiere d’acqua bollente e fatta ritirare fino a densità voluta. Si fa così: qualche tempo prima, magari mentre fate il fondo, mettete a bollire un bicchiere d’acqua e aggiungete 4 o 5 pasticche o più di liquirizia amara, fatele sciogliere e restringete la salsa a fuoco basso fino alla consistenza voluta.

Appoggiate sopra il petto e la coscia e salate la pelle croccante.

Deglassate col fondo di piccione la padella e mettete una cucchiaiata di quel fondo “rinforzato” accanto alla carne.

Lo so che il mio impiattamento è orripilante ma avevo fretta e le mie doti artistiche, nonostante ne abbia visti abbastanza di piatti ben composti, fanno orrore (captatio benevolentiae).

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Risotto al sugo di piccione e liquirizia

Uscendo da l’Ora d’aria e parlando con mia moglie, memore del pranzo alla Parolina e dalle ricette viste in tv o lette qua e la, nelle recensioni trovate nei miei siti di riferimento mi venne da esprimere questo concetto profondo e accorto: “Mi pare che se non hanno in carta un piatto salato che prevede l’uso di un po’ di liquirizia questi chef si sentano degli stronzi isolati”. Detto con il massimo rispetto sia per gli chef che per la liquirizia.

Semplificavo e la semplificazione porta ad essere estremi.

Io l’adoro, l’ho sempre adorata. Liquirizia tutta la vita e morte alla menta. L’unica cosa è che mi pareva un pochino sovraesposta. Poi ti trovi a dover pensare veloce, come ho già detto nel post precedente, e lei compare davanti ai tuoi occhi, nera e brillante. Salvifica.

Come dissi a suo tempo volevo accompagnare il risotto proposto da Bergese con il sugo di piccione e dando un tocco “moderno”. E poi non mi volevo sentire né stronzo e tantomeno isolato.

Ma poi sono andato a memoria e ho tradito la ricetta dello chef. Troppa fatica aprire il libro con la certezza di non avere brodo di carne per portarlo a cottura. La scusa sarà: “Non ho usato il brodo per renderlo ancora più leggero”

Risotto al sugo di piccione e liquirizia

Per 4 persone più due bambini:

  • 320 grammi di riso + 50 grammi per i due bambini
  • 2 cipolle rosse medie
  • 1 noce di burro + 80 grammi di burro
  • 60 grammi di parmigiano grattugiato
  • acqua e sale
  • 3 cucchiai per persona di sugo di piccione
  • 5 o 6 pasticche di liquirizia pura

Anche questo riso richiede una lunga preparazione. La colpa è delle cipolle che vanno tagliate sottilissime poi cotte senza sale con la noce di burro.

A fuoco lentissimo e magari aiutandosi con un poco di acqua. Almeno 3 ore coperte e nella parte finale togliete il coperchio e fatele colorare un poco.

Poi passatele al setaccio, o come me, frullatele e poi passatele al setaccio. Il risultato privato del burro di cottura mettetelo in un contenitore e tenetelo accanto. La quantità non sarà tantissima ma avrà concentrato molto il sapore.

Con una piccola noce di burro tostate il riso e quindi aggiungete le cipolle passate al setaccio e incorporatele bene.

Portate a cottura con l’acqua leggermente salata o, se l’avete, del brodo leggero (vegetale o di carne).

A fine cottura mantecate con il burro e il formaggio. Lasciate riposare due o tre minuti coperto e poi impiantate.

Al centro del piatto sopra al riso, tenuto non eccessivamente all’onda, mettete il fondo di piccione ed intorno un pizzico di liquirizia che avrete tritato finissima o col batticarne o con il frullatore dando brevi colpetti.

Il fondo mi serviva più denso di quello che avevo e leggermente più profumato. Essendo presente una celiaca ho aggiunto per addensare al fondo in cottura un pizzico di chicchi di riso e li ho lasciati stracuocere. Ho quindi frullato il tutto con il frullatore ad immersione. Volendolo anche più profumato di erbe ho messo poi in infusione un ramentto di rosmarino fresco e due foglie di salvia che ho eliminato prima di servire.

Non esagerate con la liquirizia che altrimenti ammazza tutto. Il numero di pasticche di liquirizia che ho scritto è la quantità minima che il mio frullatore lavora non quella che dovete usare. Quella sera per quei piatti, bambini compresi, ne ho usata circa 1 o massimo 2.

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Fondo di piccione

I fondi io non li ho quasi mai fatti. Quel sughetto che serve a dar sapore e potenza in certi piatti per me si limitava alla deglassatura della padella.

Mi serviva per due scopi. Condire un risotto e accompagnare il piccione stesso.

In sintesi. Mia moglie al mattino mi dice che vengono amici a cena e portano il loro bambino. Lei è celiaca.

Non sapevo che fare. Proporre qualcosa che compare qui non se ne parla: giornata d’impegno almeno due ricette nuove e se son tre meglio. Devo rimpinguare il blog.

Passando davanti alla libreria vedo “Mangiare da re” di Nino Bergese. Farò il favoloso risotto presente, ma invece del fondo bruno userò il fondo di piccione. “Sei scemo?” mi dice mia moglie “Ma se a te va bene cucinare tutto il giorno non c’è problema”.

Telefonata: “Vi piace il piccione? A tutti? Va bene facciamo quello”

Fondo di piccione

I fondi di cottura, o sughi, si predispongono a vari utilizzi. Come ho già detto per le paste all’uovo o per accompagnare e spingere il sapore di carni o anche per saltare le verdure che accompagneranno quelle carni. Insomma per tante cose. L’unico accorgimento da avere è quello di cercare di sgrassare il più possibile in modo da alleggerirli quanto più.

Per una discreta quantità da utilizzare almeno due volte:

  • 2 piccioni
  • 1 cipolla
  • 1 grossa costa di sedano
  • 1 grossa carota
  • 2 rametti di rosmarino
  • 6 foglie di salvia
  • 2 rametti di timo
  • 6 grani di pepe
  • 4 litri d’acqua (se è ghiaccio meglio che estrae ancora più sostanze)
  • 3 cucchiai di olio o una noce di burro.
  • pepe e sale

Fiammeggiare e privare delle interiora i piccioni, mettete da parte i fegatini per altre ricette, privateli di cosce e petti. Eliminate la coda ed il grasso che la circonda che sono la parte più untuosa.

Sciacquate le carcasse e spezzettatele. Mettetele in una placca e portatele in forno già caldo a circa 200° o più.

Rigiratele di quando in quando fin quando non avranno assunto un colore bruno e la crosta non sarà croccante.

Nel frattempo mettere le verdure spezzettate grossolanamente in una pentola che possa contenerle abbondantemente assieme alle carcasse e a metà dell’acqua.

Fatele imbiondire per una ventina di minuti a fuoco medio poi aggiungere le carcasse tostate. Attenzione: dalla placchetta buttate via il grasso poi aiutandovi con un mestolo ed un poco di acqua raschiate ciò che è rimasto attaccato e unitelo nella pentola.

Aggiungete gli odori ed il pepe in grani. Ancora 5 minuti.

Aggiungete metà dell’acqua (se è ghiacciata come ho detto è meglio) e a fuoco alto fate ritirare fino ad avere un terzo del liquido schiumando. Aggiungete l’altra acqua e riportate a metà il liquido sempre schiumando.

A questo punto aiutandovi con un colino a maglie fitte filtrate il tutto dentro ad un altro pentolino e a fuoco basso fate restringere ulteriormente fino alla consistenza voluta.

Regolate di sale e pepe.

La preparazione è molto lunga, io c’ho messo circa 6 ore, dalle 13 alle 19 circa.

Nella foto vedete che è abbastanza densa. Mi serviva così per la prossima ricetta.

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Crostini di gamberi

Il crostino a me è sempre piaciuto. I crostini rossi su tutti e quelli neri di fegatini e milza poi. Mi piacciono come mi piacciono tutte le vivande offerte in piccole porzioni. L’idea delle tapas, dei cicheti.

Mangiare con le mani e pulirsi le dita dopo ogni boccone. Forse è anche per questo che mi piaceva molto l’idea dell’omaggio di cuciana e dell’insalata di Lopriore; ma queste sono divagazioni dettate dalla memoria e dalla tristezza.

Basta tristezza; nell’empireo dei miei crostini esteri preferiti, assaporati sulle unte tavole dei ristoranti cinesi nostrani, ci sono i crostini di gamberetti. Li ho improvvisati qualche sera fa per alcuni amici invitati a cena.

Improvvisati perché rimediati con quello che avevo in casa e inoltre, volendo evitare di friggere, li ho cotti in forno. Il risultato è stato interessante: altrettanto gustoso ma molto più leggero.

Crostini di gamberi

Per svariati crostini:

  • 300 grammi di gamberetti
  • 2 cucchiai di salsa di soia
  • 1 spicchio di aglio privato dell’anima e tritato finemente
  • 1 cucchiaino di zenzero grattugiato
  • 1/2 cucchiaino di olio di sesamo
  • 1/2 cucchiaino di salsa di pesce
  • 1/2 cucchiaino di zucchero
  • 1 chiara d’uovo
  • Semi di sesamo
  • Pane

Pulire i gamberetti e frullarli velocemente. Non fatene una poltiglia ma evitate di avere dei pezzi troppo grossi.

In una ciotola amalgamarli a tutti gli altri ingredienti escluso il pane e i semi di sesamo, coprire con la pellicola e riporre in frigo.

Tagliare il pane in fette alte poco meno di un centimetro, privarle della crosta e tagliarle in pezzi più o meno regolari. Ungerle e salarle leggermente e grigliarle sotto il grill fino a quando non saranno croccanti sopra ma morbide.

Spalmare uno strato di gamberi di circa mezzo centimetro e intingerle nei semi di sesamo, spennellare con un poco di olio.

Cuocerli in forno per qualche minuto non aspettandosi che diventino colorati come quelli fritti.

Servire con un’insalata fresca e salsa agrodolce, la stessa che trovate qui ma colorata con due cucchiai di pomodoro e legata con poca – pochissima – maizena (viene fuori la stessa del ristorante cinese).

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Le fissazioni son problemi, sono d’accordo

La dottoressa Taylor ha ragione. Fotografare cibo in continuazione è un problema, farlo diventare il centro di ogni attenzione, di ogni chiacchiera.

Lo riporta Repubblica nel leggero articolo intitolato Instagram e il cibo, rapporto controverso nel quale si afferma quanto riportato nelle prime due righe.

Quando di punto in bianco si smette di farci gli affari propri e si gode nel mettere online frasi del tipo “C’è il sole” oppure “Oggi ho mal di stomaco” come se tutti si fosse i medici dell’imperatore e si dovesse controllasse la defecazione di ciascuno. Scusate, è spiegato male, non so perché ma mi è venuta in mente la scena de L’ultimo imperatore di Bertolucci. Qualche psicologo ha qualcosa da dirmi? Ecco dover raccontare tutto quello che si fa ad ogni costo non piace nemmeno a me.

Fotografare quello che (non) si mangia o (non) si prepara è un problema (forse), non mangiare è un problema di sicuro sia che si faccia per scelta che per possibilità, rompere le scatole agli altri per quello che mangiano è un problema. Siamo circondati da persone che individuano problemi e come unica soluzione dicono di smettere quello che si sta’ facendo. Mi viene in mente Il Seminatore di Mario Cavatore. Di nuovo qualche psicologo ha da dirmi qualcosa?

Però rompere le scatole su tutto quello che nasce dalla cultura dei social network, trasformare tutto ciò che è nuovo in pericoloso è a sua volta pericoloso. Penso che sia un problema anche quando si cerca di medicalizzare e rendere turbamento della normalità tutto quanto. E pare che medici e psicologi si divertano molto a fare questo.

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Schie fritte e salsa agrodolce

Procuratevi qualcuno che conoscete in Veneto e imploratelo di mandarvi, quando sono disponibili, le moecche.

Ditegli che se mancano le moecche, ma anche se ne trova, di inviarvi qualche decina di chili di quei gamberetti piccolissimi che si trovano là e che chiamano Schie.

Poi dopo averle fritte – leggermente infarinate – salatele copiosamente e mangiatele bollenti, con il guscio e tutto, accompagnate da un’insalata fresca o, come vuole la tradizione, da una polenta abbastanza liquida.

Schie fritte e salsa agrodolce

Piacciono a tutti, anche ai bambini, sono dolci ma senza eccedere ed il sapore è gradevolissimo con note di spezie e miele.

Non contenti abbiamo fatto un esperimento e preparato una salsa in stile orientale anche se salsa non era. Le toccavamo li prima di mangiarle e devo dire che il risultato è stato molto interessante.

  • 1 bicchiere d’aceto bianco
  • 1 bicchiere di acqua
  • 1 bicchiere di zucchero
  • 2 cucchiai di salsa di soia

Mettere a bollire tutti gli ingredienti e, una volta sciolto lo zucchero, far ridurre della metà.

Utilizzare dopo che si è freddato completamente.

Noi abbiamo optato per l’insalata e l’Occhio di pernice di Vesselle.

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Calamari ripieni

I calamari ripieni sono un piatto misterioso.

Quando sono troppo cotti o quando lo sono poco, a volte non sono masticabili e continuano a girovagare in bocca e a volte tenerissimi.

Perché questo succeda non si sa, o meglio, io non lo so. So però che ho smesso di stracuocerli come fa mia madre e cerco di cuocerli il minimo indispensabile. Non mi ricordo chi, né dove qualcuno mi disse che i calamari e tutti gli altri animali di tale fattezza vanno cotti meno di 15 minuti e se si va oltre allora bisogna rassegnarsi e andare oltre la mezz’ora per farli tornare morbidi.

Però li cuocio a temperature altissime o giù di li.

Fate conto che due calamari a testa vanno bene. Prendeteli di circa 15 centimetri tentacoli esclusi, nel caso meglio prenderne di più e più piccoli. Più grandi no.

Ventenne a Ustica preparai assieme ad amici un calamaro di una quarantina di centimetri e venne crudo il ripieno e non masticabile fuori. Lo ripreparammo facendolo a pezzi molto piccoli e recuperando le zampe, gettando la massa di pangrattato cercando di rimediare un sughetto per la pasta. Non venne male. Non malissimo.

Calamari ripieni

Per 2 persone e l’infante curioso:

  • 5 calamari come detto sopra
  • pangrattato
  • aglio
  • prezzemolo
  • olio evo
  • sale e pepe

Pulire i calamari e mettere da parte i tentacoli.

Tritare finemente aglio e prezzemolo secondo i gusti. Unire il pangrattato, salare e pepare. Aggiungere l’olio d’oliva rendendolo leggermente unto ma non intriso.

Tritare abbastanza finemente, ma non a poltiglia, le teste e i tentacoli e scottarli un minuto in padella bollente. Mischiarli ad un poco di pangrattato aromatizzato.

Riempire le sacche con i tentacoli e abbastanza pangrattato evitando di  tendere troppo la carne che poi rischiano di aprirsi.

Chiudere con uno stecchino e passare nel pangrattato rimanente.

Ungere con poco olio e cuocere in forno a 180° o 200° (o più) per circa quindici minuti facendo attenzione che non brucino.

L’esterno dovrà essere croccante ed il ripieno restare leggermente “pastoso”. A me piacciono così.

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Ristorante Il Marin (Genova)

provato a pranzo ad aprile 2013

Tra la visita all’Acquario e l’ingresso alla Città dei Bambini c’era tempo. Almeno tre ore e qualcosa di più.

Abbiamo deciso di andare a provare Il Marin, il bellissimo ristorante all’interno di Eataly, per toglierci la voglia e sfuggire all’uggiosa giornata che Genova ci offriva.

La cucina è a vista sormontata dalle frasi dei più importanti cantautori genovesi e dalla vetrata svetta Enrico Panero il giovanissimo chef che, almeno nei suoi piatti, dimostra più del suo quarto di secolo. In sala regna una conciliante tranquillità e sobrietà.

Nel complesso è stato un ottimo pranzo nonostante qualche pecca nella cottura del fritto data più, penso, dal bisogno di verticalità del piatto che da errori di cucina.

Tartare di ombrina agli agrumi

Decidiamo di andare sul classico. Ci accomodiamo e ci portano come omaggio una ottima Tartare di ombrina agli agrumi. La temperatura del pesce è perfetta (né troppo fredda né troppo “ambiente”) ed il contrasto con gli agrumi di per sé abbastanza scontato è impreziosito dalle scorze candite che normalizzano il tutto.

Pinzimonio con salsa alla crescenza e basilico

Assieme un buon Pinzimonio con salsa alla crescenza e basilico dove l’acidità del formaggio ben sostiene le verdure.

Il nostro cappon magro

Il nostro cappon magro che, perdonatemi, non avevo mai mangiato e perciò descriverò così: un misto tra la panzanella e l’insalata di mare. Anche qui pesci cotti perfetti morbidi e carichi dei loro succhi, le verdure croccanti e sotto la linea importante dell’aceto che non copre ma si fa sentire bene. Una sorta di pesto come copertura a dare ancor più personalità. Ma quel “nostro” a me, tutte le volte che lo trovo ad accompagnare il nome di un piatto, mi fa tenerezza.

Tagliolini ai frutti di mare

Tagliolini ai frutti di mare molto ben fatti dove il sugo è dolce e rosso, non per il pomodoro ma per l’ottima riduzione degli umori che i pesci rilasciano. Attenzione alle materie prime con i pesci che hanno bisogno di cotture più lunghe e gli altri che devono essere appena scottati.

Il fritto di paranza e verdure

Il fritto di paranza e verdure a concludere i piatti salati. Ben asciutto anche se, come ho detto sopra, penso che la verticalità sia costata alle frittelle di baccalà in pastella la loro croccantezza. Ribadisco, non penso ad un errore di cucina quanto all’impiattamento o, al limite, all’attesa che il piatto a fatto dopo la sistemazione prima di arrivare in tavola.

Ottime le acciughe e tutto il resto. L’unica cosa che non capisco è la moda delle carote fritte. Non so se è tradizione o il tentativo di avvicinarsi alle tempure d’oriente, so soltanto che a me fanno orrore. Assieme viene servito un ottimo succo di mandarino fresco e adeguatamente acido a pulire e rinfrescare.

Pralinato di nocciole, cioccolato e caramello

Infine il dolce. Molto buono. E qui l’età dello chef ci viene scaraventata in tavola assieme al Pralinato di nocciole, cioccolato e caramello. Immaginatevi il ragazzone qualche anno prima, pochi anni prima per lui, che entra in un bar e si compra in pieno attacco di gola una barretta tipo Snickers. Lui l’ha riproposta in questo dolce fresco e affatto stucchevole come sono quei dolciumi.

I pani sono tutti molto buoni anche se, per i miei gusti, un poco troppo chiusi. Ottime le sfoglie al sesamo. Abbiamo bevuto un discreto Pigato di Vis Amoris, lo stesso che trovate a circa 12€ nel vicino “supermercato”.

Però la sorpresa più grande e trovare questo ragazzetto, detto con rispetto e ammirazione, capace di offrire piatti tanto ben fatti. Unico appunto semmai sono i tempi a volte troppo lunghi.

provato a pranzo ad aprile 2013

Ristorante Il Marin
chef Enrico Panero
Edificio Millo Porto Antico,
Calata Cattaneo 15, Genova
coordinate: 44.408117, 8.927147
tel: 010 8698722

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Antica Osteria di Vico Palla (Genova)

provato a cena ad aprile 2013

Nella rete sociale gli amici vengono ai primissimi posti. Così, partendo, ho chiesto ad uno appassionato di città portuali dove andare a mangiare a Genova.

Lui sicuro mi dice: “Vai a Vico Palla che si mangiano immense fritture di acciughe” ed io non potevo dire di no.

L’Osteria è proprio al porto vecchio, a poche decine di metri da Eataly e da tutto il resto in un vicoletto scuro e, dalle immagini sul sito, sembra un luogo incantevole. In effetti è bello come posto, tradizionale e non certo di classe, ma dal sito non s’intuisce una cosa: l’incredibile caos che regna all’interno.

Caos in senso di persone, camerieri che girano a tutta velocità. La temperatura è alta e dai primi minuti mi trovo costretto a liberarmi della camicia.

Trofie, pescatrice, ricciola e olive taggiasche

Prendiamo, per iniziare, Trofie, pescatrice, ricciola e olive taggiasche. Le trofie le trovo un formato di pasta difficilissimo da mangiare ma sono per il bambino e con l’aiuto del cucchiaio ne mangia in quantità. Le olive sono forse troppo intense di sapore ma nel complesso sono accettabili.

Taglierini neri e ragù di polpo

Poi Taglierini neri e ragù di polpo. I tagliolini hanno una bella consistenza anche se il nero è più scenico che di supporto mentre il sugo pare ben fatto avendo tutte le caratteristiche di rustica produzione che ci si aspetta in un luogo del genere.

Frittelle di baccalà e zucchine

A seguire le Frittelle di baccalà e zucchine ci lasciano delusi. Non tanto per il pesce quanto per la forte untuosità della pastella. Decisamente deludente.

Acciughe impanate e fritte

Infine le mie Acciughe impanate e fritte. La porzione è abbondantissima e, a differenza del piatto precedente, il fritto è asciutto. Del resto cambia anche il tipo di copertura del pesce. Sono bollenti e salate a dovere ed un goccio di limone non ci sta male. Se proprio vogliamo sono cotte un poco troppo a lungo e la morbidezza ne risente.

La carta dei vini è molto breve e le prime due bottiglie chieste non erano presenti.

Troppo caldo, rinunciamo al dolce e andiamo via. Usciamo in una serata umida e fredda portandoci dietro l’odore del fritto.

Ci tornerei? Forse assieme ad amici pronti a tutto. Sicuramente non in un fine settimana.

provato a cena ad aprile 2013

Antica Osteria di Vico Palla
Vico Palla 15-r, 16128 Genova
tel. 010 2466575
coordinate: 44.407147, 8.926004
http://www.anticaosteriavicopalla.com

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