Categoria: Altre storie

L’odio delle ragazze

Nella nuova programmazione del Gambero Rosso ci sono alcune cose che mi lasciano perplesso ma la serie La cucina delle ragazze con Sara Bonamini e Laura Di Pietrantonio è quella che più mi lascia segni profondi, si fa per dire.

Devo essere onesto che a me questo genere di programmi non piace e quando ci sono ho grande difficoltà anche solo a tenere il canale per cinque minuti quindi, magari è possibile, che questo influenzi il mio giudizio.

E il mio pensiero è questo: Penso che Sara Bonamini e Laura Di Pietrantonio in realtà si odino e provino rancore una nei confronti dell’altra.

da http://vstatic.gamberorosso.it/uploads/114/video_thumbnails/ffmpeg_generator_11_39354.jpg

Quali prove ho? Da questo punto di vista sono come Pasolini e perdonatemi se lo cito a sproposito per cose così da poco. So che si odiano e che se potessero si metterebbero reciprocamente nel bicchiere del frullatore ad immersione… ma non ho le prove.

Ma questa idea ce l’ho fin dalla prima volta che le ho viste in tv. Quando son capitato nel loro programma per la prima volta mi è parso che sguardi e tempi dei dialoghi e capacità di sincronizzare il loro agire e capacità di prendere o lasciare spazio fossero proprie di due persone che non stanno bene insieme.

E tutte le volte che mi capita cambiando canale di incrociarle ho questa sensazione.

Non voglio diventare un blog scandalistico ma stanotte mentre cercavo di addormentare il bambino sono capitato sul loro programma e mi è ritornato in mente tutto in maniera più forte. Così l’ho scritto.

Sara e Laura perdonatemi, magari ho detto una bischerata ma a me mi pare così.

Ho cotto le castagne nel microonde

Forse non lo dovrei dire che un po’ me ne vergogno ma ho molti pregiudizi sul microonde.

Poi lo tengo in casa e lo uso con regolarità per fare molte cose, forse molte è un’esagerazione ma alcune si. Alcune in maniera ricorrente e altre in maniera più saltuaria.

L’altra sera non avevo voglia di aspettare che le castagne si lessassero e ho provato a cuocerle nel microonde così come avevo letto online e devo dire che l’esperimento è riuscito. Il risultato è stato pessimo però erano cotte e si sbucciavano facilmente.

Lo rifarò? Certamente quando avrò bisogno di castagne da usare come ripieno per qualcosa, certamente non lo rifarò per mangiarle così in velocità.

Castagne nel microonde

È facilissimo.

Si castrano le castagne come si fa quando si cuociono al forno e si lavano con acqua lasciandole in immersione per 3/5 minuti.

A quel punto si scolano e si mettono ancora umide in un piatto e poi in microonde a circa 800 W per cinque minuti.

Passato il tempo dovrebbero essere cotte. Mettetele assieme al contenitore in una busta per il pane e lasciatele li chiuse per un paio di minuti o tre.

Poi pelatele, se non venissero bene cuocetele qualche altro minuto.

Vanno bene per i ripieni o per aggiungere ai contorni nei mesi freddi.

Non mangiatele così che sanno di poco.

Tag:, , ,

E quando finirà tutto questo?

Oggi è il 25 aprile, un giorno di felicità e memoria.

Ma mi sento malinconico vedendo le facce di vecchi partigiani, di giovani che provano a cantare “Bella ciao” ignorati dai nuovi politici. Ma è una linea di tendenza che ormai prosegue di anno in anno aumentando spaccature, lo so perché ogni anno lo vedo.

E nonostante tutto penso a cose importanti che però oggi, mi paiono futili, la mia gioventù e il cibo, la ristorazione. Son ripieghi lo capisco ma mi è venuta così.

Penso a come ci guardiamo come fossimo sconosciuti con i vecchi compagni di squadra (persone con cui abbiamo fatto sport assieme), gente con cui ho condiviso dieci anni di vita e di passione, e ci salutiamo con fretta nonostante – me lo sento dentro e lo leggo nelle loro facce – ci sia un po’ di voglia di fermarci a raccontarci qualcosa. Ma poi ciascuno prosegue per la sua strada.

Le pizze dopo ogni partita del sabato sera, i turbamenti sessuali per le ragazze della squadra femminile (e per le loro avversarie) che guardavamo prima giocare e poi – attraverso buchi strategici nelle vetrate smerigliate – mentre facevano la doccia, le giornate passate assieme, le vittorie e le sconfitte. Altri che non ci dissero mai che in realtà avevano voglia di stare con noi, che erano innamorati di noi.

E il perdersi non è stata colpa della mancanza di cellulari o social network ma è avvenuta così, lenta ed inesorabile.

Così, tutta questa passione per il cibo e per gli chef, tutte queste manifestazioni dove si parla di tante cose. Libri su libri e sferificazioni su sferificazioni e poi…

Che resterà quando tutto questo finirà? Sicuramente arriverà altro e ripartiremo un’altra volta. L’unica certezza, almeno in questo caso certezze esistono, sono i ravioli e la carne sulla brace. Di sicuro ci sono solo le tagliatelle e la pizza.

Tutto il resto è divertimento di una sera, grande divertimento, ma pur sempre cene o pranzi da una botta e via.

ps. Non voglio rileggere quello che ho scritto sopra, non so se ha senso.

Buon 25 aprile a tutti

Tag:, , , , ,

Scenderemo nel gorgo (della pizza) muti

Mi perdonerete se ho preso una delle più belle poesie del ventesimo secolo (i gusti son gusti) e l’ho utilizzata qui per dare il titolo a questo post.

Non per parlare di morte né di occhi e neppure di Santo Stefano Belbo ma di pizza, del continuo parlarne che ci avvolge.

Di idratazione non più associata alla pelle ma a farine, di doppie vu che non son legate all’elettricità ma alla capacità delle farine di “lavorare” (comunque al lavoro) e via dicendo.

Chi non ha amici al giorno d’oggi che panificano? Che sia Banderas o un compagno delle elementari ritrovato su facebook che pubblica foto di pizze monumentali e panettoni, del suo forno elettrico semiprofessionale da lui modificato (come un motorino) e che diventa (lui non il forno) amico di Bonci e Marco Lungo e va a fare stage da tutti i pizzaioli d’Italia e comunica in percentuali di acqua.

Scenderemo nel gorgo (della pizza) muti

Allora anche te decidi di provare e ti ritrovi catapultato in un mondo che ha sviluppato un suo linguaggio e una sua cultura. Con impasti che non hanno nulla a che vedere con quanto provato a casa fino ad ora utilizzando dosi casuali e tempi di lievitazione velocissimi accanto al termosifone.

Guardi in rete e chiedi all’amico che però è un po’ carbonaro e quindi ti dice dove trovare la farina adeguata ma la sua non te la fa provare e nemmeno il lievito. Il risultato? Provi e viene fuori qualcosa di buono, molto più buono delle pizze precedenti e sei li a pensare che tutto quanto fatto fino ad allora è stato sprecare farina, lievito, acqua e soprattutto la cosa più importante, il presidente Mujica insegna, il tempo.

La pasta non deve lievitare nel luogo più tiepido della casa ma in frigo; che la pizza non è uno sfogo, un ripiego quando si ha due o tre ore libere per farla lievitare, ma va programmata almeno il giorno prima. E che ne vale la pena. Che la farina non è farina e che quindi non devi fare caso solo a quanti zeri ci sono ma che è importante quel W appunto spiegato a modo ancora da Bressanini.

Insomma che la pizza se vuoi essere “giusto” si fa più o meno così:

  • 500 grammi di farina Mulino Marino Buratto Tipo 2
  • 400 grammi di acqua
  • 1 grammo di lievito secco
  • 1 cucchiaio di olio extra vergine di oliva
  • 1/2 cucchiaino di sale

Impastare la farina con più della metà dell’acqua utilizzando una forchetta. Avrete un prodotto abbastanza grumoso.

Aggiungete il lievito e fatelo assorbire, poi olio e per ultimo il sale.

Quando tutto sarà abbastanza omogeneo ma rustico aggiungete l’altra acqua e sempre impastando con la forchetta otterrete un composto abbastanza lento e appiccicoso.

Lasciatelo riposare per una decina di minuti coperto con un panno e poi svuotate il contenitore nella spianatoia coperta da un poca di semola.

Fate una piega raddoppiando la pasta, giratela di 90 gradi e piegate ancora. Poi prendete gli angoli e portateli verso il centro.

Ungete il contenitore che metterete in frigo e poggiatevi l’impasto con le pieghe rivolte in basso.

Avvolgete tutto con la pellicola trasparente e mettete in frigo sul ripiano sopra allo scomparto della verdura.

Dopo 24 ore, ovvero al momento di utilizzarla, toglietela dal frigo con un buon anticipo in modo che torni ad una temperatura più adeguata.

Accendete il forno al massimo ed ungete una teglia di 50 cm per 40 cm.

Appoggiatevi l’impasto e cercando di maneggiarlo il meno possibile stendetelo. Se volete una pizza più bassa utilizzate metà impasto.

Cuocete in forno con la teglia inserita al livello più basso per una ventina di minuti.

Tag:, , , , , ,

Conoscete Carnacina? E Veronelli lo conoscete?

Allora, Li conoscete? Ho fatto la stessa domanda ad un’amica insegnate di latino molto apprezzata ma poco interessata alla gastronomia, ad un amico che fa l’idraulico gran mangiatore e ad un altro che si occupa di web e fotografia e non disdegna il vino e tutti e tre mi hanno risposto: “Dovrei?”.

La mia risposta è stata affermativa aggiungendo che però era poco male e che avrebbero comunque continuato a svolgere egregiamente il loro lavoro.

Ma se siete appassionati di cibo, o il cibo è il vostro mestiere, allora dovreste saperlo e, in qualche modo, conoscerli. Almeno per sentito dire.

Se poi insegni in un istituto alberghiero, benché per insegnare siano fondamentali le competenze ad insegnare competenze e molto meno i saperi da trasmettere (forse), e insegni materie che hanno a che fare con l’evoluzione della gastronomia devi assolutamente sapere chi sono stati e cosa hanno fatto. Quantomeno il secondo.

Mi sono arrivati i quattro volumi de La cucina rustica regionale a firma Carnacina e Veronelli e editi da BUR ed ero in classe con un docente di un alberghiero. Li porto per darglieli in visione, in fondo sono bei libri anche se nella spiegazione delle ricette danno molte cose per scontate.

Glieli porgo dicendo “Guarda Alfonso (Nome di fantasia)”

Li prende e mi fa “Che roba è?”.

Spiego velocemente e lui “Ma questo Veronelli è quello che fa il vino?”

Riprendo i libri e vado al mio posto: “Si Alfonso è lui”

Tag:, , , ,

Rabarbaro e riflessioni

Andrò a ruota e libera forse quello che scriverò avrà un senso, forse sarà stupido, forse chissà…

Mentre fumavo una sigaretta appoggiato al davanzale della finestra nell’ingresso di casa mi è venuto in mente il contrasto tra due modalità differenti con cui ho assaggiato il rabarbaro.

In entrambi i casi i ristoranti erano stellati anzi uno era stellato e l’altro no e non ne capisco il motivo e come me tantissime persone più competenti di me.

Insomma prima ho assaggiato quello del non stellato e poi l’altro e mentre il primo era croccante e consistente, affatto noioso l’altro aveva assunto tra le mani dello chef il ruolo di trasportatore di sciroppo.

Ma non è questo l’importante.

Questo pensare ai rabarbari mi ha messo in testa un altra riflessione a mio giudizio più importante ovvero se la mia educazione gastronomica da autodidatta non è forse fondata su errori di tempi, su impieghi di risorse fatti in maniera troppo casuale e poco riflettuta guidati dal desiderio e dalle voci, dalle fissazioni verso quello o l’altro chef.

Se parto a razzo non c’è forse il rischio di ritrovarmi a non apprezzare cose buone che sono fatte secondo dei criteri ben precisi, diversamente fatti bene, e che io non riesco ad apprezzare perché ho provato già quelle cose secondo altri criteri e mi sono piaciute tantissimo?

O forse va bene così. Forse va bene perché per adesso ho le risorse per poterlo fare, per essere esigente.

O forse non va bene e come ho detto più sopra ho commesso errori ed il primo rabarbaro mangiato era tremendo e l’altro era invece così come doveva essere.

Ma alla fine si mangia da soli o in compagnia di persone che hanno più o meno i vostri gusti e le vostre possibilità. Pochi (fortunati?) hanno modo di essere accompagnati nella loro educazione al gusto.

Grazie al cielo non c’è una scuola… ci avete fatto caso che è una delle poche cose per cui non c’è scuola. C’è per degustare i formaggi, per degustare il vino e l’olio, perfino l’acqua, ci sono scuole per ballare e dipingere, per suonare e scrivere, per cucinare e fare oggetti con la carta di riciclo ma non esistono scuole per imparare a mangiare, a capire se una cottura è adeguata, se segue la tradizione e come questa s’incrocia con l’innovazione, scuole per capire se è rispettata dalla modernità, se la esalta o la deprime. Cose così.

A dare senso a quello che si mette in bocca, l’unico esperto è il dietista che si preoccupa di calorie, grassi, fibre, vitamine e stipsi. C’è la medicalizzazione del cibo ma non c’è nessuno che ti spiega come cavolo devi porti davanti ad un piatto quando decidi che non serve solo per sfamarti.

E mi piace abbastanza che sia così, che l’unico criterio sia la fame o la sazietà, la gola o il disgusto.

Ma manca altro. Si dice “vado al ristorante” oppure “vado a mangiar fuori” e vi ritrovate a mangiare in luoghi generalisti dove non si rispetta nessun criterio. Ma alla fine va bene anche quello.

Diventa preoccupante però il fatto che manchino punti di riferimento e sparisca la tradizione in favore di metodi di cottura alternativi che mi piacciono quando il loro utilizzo ha un criterio e che quel criterio non sia la linea, il risparmio, la sanificazione.

Nella mia città per esempio mancano trattorie che siano realmente trattorie (forse una), ci sono ristoranti in cui puoi andare a mangiare dei piatti ma dove gli altri sono mediocri. Ristoranti che cercano la loro elaborazione e cercano di riproporti anche cose del territorio magari in forme diverse, alcune buone e altre di modestissima riuscita, begli impiattamenti e poi ti sbagliano il sale.

Chi esce e va a mangiare fuori ma non ha punti di riferimento per rendersi conto di cosa  mangia. La mia città ne è piena.

Alla fine la cosa più probabile è che forse io sono un disadattato, forse soltanto un fanatico rompicoglioni senza metodo e senza basi che si trova a dover giustificare le proprie spese al ristorante agli amici.

Comunque, se leggete qui e volete mettere su una scuola per il gusto tenetemi in considerazione. Se i vostri corsi mi sembreranno seri m’iscrivo anche io.

Tag:, , , , , ,

Il cinema attraverso i cocktail

Qualche mese fa, sotto Natale, è uscito su Repubblica questa divertente galleria di immagini dove il cinema viene messa in relazione ai cocktail che i protagonisti dei vari film bevono.

Dal Grande Lebowsky a Rocky, da Casablanca a La Febbre del Sabato sera quaranta cocktail (più o meno) e la loro ricetta.

Il cinema attraverso i cocktail

A me personalmente non tutti attirano, anche da questo punto di vista sono monotono. Bevo sempre le solite cose e sempre e solo cose secche che sono infinitamente meno di quelle dolci. Spesso nei posti dove capita di bere sanno fare soltanto due o tre cose secche e decine di beveroni.

Ve ne propongo un paio poi andate a vedere le restanti all’origine di tutto.

Il cinema attraverso i cocktail

Tag:, , ,

Ho trovato il tuo blog

Tu esci tranquillo con la tua famiglia e l’imprevisto è dietro l’angolo. Un aperitivo, una domenica sera, e non c’è nessun altro. Qualcuno perché è in vacanza e fuori città altri perché son rientrati il giorno stesso e sono stanchi.

Bene, in questo modo avremo l’occasione per raccontarci un po’ di cose io e mia moglie, per ascoltare il bambino che ci racconta di cosa ha fatto e cosa vuol fare, per guardarlo correre e mangiare popcorn e ridere un poco prima che noi si torni al lavoro il giorno dopo.

Passa per caso una coppia di amici con la loro figlia, piccola anche lei come il nostro, e li salutiamo. Loro si fermano e si siedono e la fanno scendere dalle spalle del babbo che non ne può più di portarla. Due vodka-tonic ristoratori anche per loro che la serata è carica di umidità per colpa di nubi che arrivano da nord e tappano tutto.

Si boccheggia sotto una coperta d’acqua che sta per cadere; ci coprirà soltanto dopo tre ore trasformando la strada sotto casa in un torrente con nostro figlio eccitato perché “ora c’è l’acqua dentro alle caditoie”.

Esitano le nuvole come esita il mio amico. Al mio “C’è qualcosa che non va?” lui risponde con un mezzo sorriso “Se ne parla dopo”.

Allora la serata avrà un esito che non si limita al solito ristorante “Noi non abbiamo voglia di tornare a cena a casa. Si mangia qualcosa fuori?” e loro “Volentieri”.

Finire il vodka-tonic senza prenderne un altro è abbastanza triste e rende inutile il primo. Raddoppiamo parlando di vacanze e della festa di compleanno della bambina che faranno la prossima settimana. Di come sia faticoso fare il raccordo intorno a Milano per arrivare a nord con l’auto ma che alla fine per arrivare su dove devono andare è l’unica strada possibile.

Ci avviamo verso il posto che abbiamo scelto per cenare. “Sicuro hanno la trippa” mi dice lui.

Le donne sono più avanti che parlano e monitorano i bambini, noi una manciata di passi più dietro. “Allora che hai fatto?” dico e lui “Ah già! Ho trovato il tuo blog” e a me si contrae leggermente il perineo.

Faccio il finto tonto “Davvero?”.

Mi dice che cercava cose sull’Alessi, è lui che lo scoprì e sempre lui quello con cui abbiamo rifatto le cene, e ha trovato l’articolo in cui ne parlo. Chiama sua moglie e le dice “Leggi qui” e lei rimane sorpresa “Ma questo che ha fatto? Ha vissuto la nostra vita?” poi sfoglia il blog e comincia a fare uno più uno.

“Ma te volevi rimanere anonimo? Quanti lo sanno?”

“Adesso siamo in quattro”

Tag:, , , ,