Mese: Aprile 2015

Maiale in agrodolce alla cinese

Io non andavo più al cinese da quando alcuni anni fa denunciai alla ASL locale un gestore che mi aveva fatto trovare, nel maiale in agrodolce, uno scarafaggio.

Il locale è ancora aperto. Io ho deciso che non tutti i ristoranti cinesi sono uguali e ho ricominciato a frequentarne qualcuno.

Questo è avvenuto dopo che ci sono andato un paio di volte in quelle zone in cui bachi da seta e altri insetti sono sul menù in maniera normale.

Quella volta molto incuriosito volevo provare ma sono stato bloccato da chi mi accompagnava sotto la minaccia di lasciarmi a cena da solo e di non baciarmi più. Mai più. La cosa mi ha lasciato con la curiosità e prima o poi tornerò, magari dopo l’andropausa.

E quei sapori mi piacciono. Ho rifatto alcune cose in quello stile ma qualche giorno fa ho voluto rifare quel piatto che non avevo mangiato il giorno della denuncia.

Maiale in agrodolce alla cinese

  • 300 grammi di maiale tagliato abbastanza sottilmente
  • 1 peperone giallo
  • 1 peperone rosso
  • 5 fette di ananas sciroppato
  • olio di semi
  • 3 cucchiai di salsa di soia
  • 2 cucchiai di marsala secco
  • farina
  • maizena
  • per la salsa agrodolce guardate qui la ricetta

Tagliate il maiale a striscioline abbastanza piccole ma non esagerate. Mettetele a marinare per venti minuti con la salsa di soia e il marsala in una fondina. Coprite con della pellicola e girate di quando in quando.

Pulite i peperoni e tagliateli a striscioline lunghe circa tre centimetri e cinque millimetri le altre dimensioni.

Saltatele velocemente in padella con due cucchiai di olio di semi. Fate in modo che siano cotti ma che restino sodi.

Metteteli da parte.

Aggiungete abbondante olio di semi e fatelo scaldare bene.

Scolate la carne e infarinatela leggermente. Fate attenzione a separare tutti i pezzi.

Friggetela nell’olio fin quando non sarà ben dorata, scolatela sopra a carta assorbente.

Gettate l’olio in cui avete fritto il maiale e pulite velocemente la padella con della carta assorbente. Mettetevi una quantità adeguata di salsa agrodolce.

Quando sarà calda aggiungete le verdure, l’ananas e la carne saltando velocemente.

Se vi pare poco lucida e velata aggiungete altra salsa o, nel caso, due cucchiaini di maizena sciolti in un poca di acqua fredda.

Se non avete voglia di fare la salsa agrodolce potete utilizzare un po’ di liquido dell’ananas sciroppato corretto con un cucchiaino di aceto.

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E quando finirà tutto questo?

Oggi è il 25 aprile, un giorno di felicità e memoria.

Ma mi sento malinconico vedendo le facce di vecchi partigiani, di giovani che provano a cantare “Bella ciao” ignorati dai nuovi politici. Ma è una linea di tendenza che ormai prosegue di anno in anno aumentando spaccature, lo so perché ogni anno lo vedo.

E nonostante tutto penso a cose importanti che però oggi, mi paiono futili, la mia gioventù e il cibo, la ristorazione. Son ripieghi lo capisco ma mi è venuta così.

Penso a come ci guardiamo come fossimo sconosciuti con i vecchi compagni di squadra (persone con cui abbiamo fatto sport assieme), gente con cui ho condiviso dieci anni di vita e di passione, e ci salutiamo con fretta nonostante – me lo sento dentro e lo leggo nelle loro facce – ci sia un po’ di voglia di fermarci a raccontarci qualcosa. Ma poi ciascuno prosegue per la sua strada.

Le pizze dopo ogni partita del sabato sera, i turbamenti sessuali per le ragazze della squadra femminile (e per le loro avversarie) che guardavamo prima giocare e poi – attraverso buchi strategici nelle vetrate smerigliate – mentre facevano la doccia, le giornate passate assieme, le vittorie e le sconfitte. Altri che non ci dissero mai che in realtà avevano voglia di stare con noi, che erano innamorati di noi.

E il perdersi non è stata colpa della mancanza di cellulari o social network ma è avvenuta così, lenta ed inesorabile.

Così, tutta questa passione per il cibo e per gli chef, tutte queste manifestazioni dove si parla di tante cose. Libri su libri e sferificazioni su sferificazioni e poi…

Che resterà quando tutto questo finirà? Sicuramente arriverà altro e ripartiremo un’altra volta. L’unica certezza, almeno in questo caso certezze esistono, sono i ravioli e la carne sulla brace. Di sicuro ci sono solo le tagliatelle e la pizza.

Tutto il resto è divertimento di una sera, grande divertimento, ma pur sempre cene o pranzi da una botta e via.

ps. Non voglio rileggere quello che ho scritto sopra, non so se ha senso.

Buon 25 aprile a tutti

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Gnocchi ricotta e basilico

Devo ammetterlo, assieme ai formaggi di mucca che troppo olezzano di stallatico non amo particolarmente la ricotta per la sua consistenza.

Però la adoro nelle paste ripiene e mi piace molto anche come sugo per certi piatti.

Gli gnocchi, quelli in foto non lo sono trattandosi in realtà di ignobili riproduzioni con prevalenza di farina di mais che per motivi genitoriali a volte utilizzo (li chiamano “perle di patate” questi cialtroni), mi son sempre piaciuti molto e quelli di mia nonna erano ottimi. Adesso l’addetta è mia moglie che li farebbe ancora più buoni, senza uova, ma non ha mai tempo.

Con la primavera c’è bisogno di freschezza e il bastone della mia vecchiaia, il frutto dei miei lombi, ama particolarmente quel tipo di primo.

Gnocchi ricotta e basilico

Sono semplici, banali. Tutto sta’, e ci mancherebbe, nella bontà delle cose usate. Il sapore è tenue di limone e basilico. Il parmigiano si sente appena. Ma sono freschi, da primavera.

Per 3 persone (dosi piene che se avanzano poi si rimangiano la sera):

  • 350 grammi di gnocchi
  • 3 o 4 cucchiai ben pieni di ricotta
  • 3 cucchiai di olio extravergine di oliva
  • 15 foglie di basilico
  • 1 cucchiaio di prezzemolo tritato
  • Scorza grattugiata di un limone
  • 4 cucchiai di parmigiano
  • sale e pepe

Mentre l’acqua bolle rendere la ricotta cremosa assieme all’olio e ad un’abbondante dose di pepe. Aiutatevi con la frusta.

Aggiungere il basilico tagliato a striscioline finissime ed il prezzemolo, la scorza del limone ed il parmigiano.

Aiutatevi con un paio di cucchiai di acqua di cottura per fare una crema piuttosto molle.

Aggiungere gli gnocchi e amalgamare delicatamente.

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Paccheri con ragù di gamberi

La sera prima avevo assistito alla lezione di un insegnate della scuola alberghiera che agli allievi aveva mostrato un bel saggio di tradizione e rigidità.

Si era scagliato contro Adrià e tutti i suoi allievi con una veemenza che pareva di trovarsi difronte al leader di un movimento per la purezza della cucina. E per sua stessa ammissione non aveva mai provato ristoranti che proponevano quella tipologia di cucina.

Io non ero potuto intervenire, il mio ruolo non me lo permetteva, ma questa cosa mi ha dato da pensare a come venga trasmesso questo rigetto verso il nuovo, verso il meticciato gastronomico.

Lui esaltava il ragù di Eduardo de Filippo dicendo che quello si è un capolavoro. E aveva ragione. Però in maniera parziale, in quella maniera così piccola e stupida che hanno tutti quelli che professano verità assolute.

Paccheri con ragù di gamberi

Però mi aveva fatto venire voglia di cotture lente, di salsa di pomodoro che estrae ogni sapore e se ne impadronisce. Ma avevo solo gamberi e niente carne. Ho fatto così:

  • 8 gamberi con testa e il carapace
  • 4 scalogni
  • 2 spicchi d’aglio
  • 2 gambi di prezzemolo
  • 1 barattolo di pelati
  • 3 cucchiai di olio di oliva
  • 4 chicchi di pepe nero
  • sale
  • peperoncino a piacere

Sgusciare i gamberi e privarli della testa. Le polpe metterle in frigo.

Mettere in una pentola, capace di contenere in maniera abbastanza precisa anche il pomodoro che arriverà, l’olio e gli scarti dei gamberi (che scarti non sono ma è per intenderci).

A fuoco vivace farli tostare poi aggiungere due dei quattro scalogni affettati sottilmente, l’aglio tritato grossolanamente, il prezzemolo ed il pepe. Proseguire la cottura per altri 2 o 3 minuti.

A questo punto abbassare il fuoco al minimo, anzi, spostate tutto sul fuoco più piccolo regolato al minimo e aggiungete i pelati frullati ed una tazza di acqua fredda.

Con un mestolo di legno schiacciate tutto e coprire.

Ora potete mettetevi sul divano e guardate un bel film o due e fate ritirare tutto della metà, a me ci son volute tre ore.

Aggiungete ancora un bicchiere di acqua e gli scalogni rimasti ma prima divideteli a metà e fateli caramellare velocemente in una padella con un filo d’olio. A noi interessa che, lì dove avete tagliato, si formi una bella crosticina ben caramellata ma senza bruciare.

A questo punto è ora di cena.

Tritate minutamente, ma non purea, le code di gambero e saltatele velocemente con un poco d’olio ed il peperoncino se volete.

Mettetele in un piatto poi filtrate la salsa fatta con i gusci direttamente nella padella dove avete fatto rosolare i gamberi.

Cuocete a metà i paccheri poi versateli nella salsa. Portateli a cottura facendo attenzione che tutto il sugo vada a ricoprire morbidamente la pasta.

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Paté di fegatini di pollo

Buttaci questo e buttaci quest’altro, a volte mentre cucino mi sento la strega Nocciola della Spada nella roccia.

Questa volta volevo che avesse caratteristiche simili a l’altro patè, quello che storpiava un poco la ricetta di Bergese, ma che fosse più dolce.

Inoltre adoro i fegatini dei volatili e questa volta volevo usare quelli.

Che in realtà sono più amari e intensi del fegato di vitello e quindi dovevo trovare il modo di smorzarli in qualche modo. Pensavo ad un’amica chef che raccontandomi di non ricordo quale ricetta mi diceva: “mettici due cipolle tagliate sottili e falle diventare dolci, se vuoi anche due scalogni”. Lei che mi dice questo mi viene in mente spesso, quella sera in cui parlavamo aveva veramente la faccia di chi è appassionata.

Paté di fegatini di pollo

  • 600 gr di fegatini di pollo già puliti
  • 250 gr di burro + altri 50 gr
  • 2 foglie di alloro
  • 1 cipolla grande
  • 1 porro
  • 1/2 bicchiere di cognac
  • 1/2 bicchiere di vinsanto
  • sale
  • pepe

Tra gli ingredienti li ho messi già puliti, ma non si trovano. Quindi la parte più lunga è pulire i fegatini.

Togliete i nervetti e le sacche del fiele senza romperle. I cuori, che in realtà sono buoni, metteteli da parte o dateli al gatto questa volta.

Tagliate a striscioline i fegatini e metteteli in un’insalatiera. Lavateli con acqua fredda fin quando l’acqua non sarà pulita e il sangue spurgato benissimo.

Non è una cosa da sottovalutare che poi il sangue porta sapori amari.

Asciugateli il più possibile.

Mettete a sciogliere i 50 grammi di burro e aggiungete la cipolla e il porro tagliata finemente. Anche l’alloro.

Fatela appassire e aggiungete anche i fegatini. Fiamma molto viva fin quando i fegatini non avranno perso la loro acqua (se ce la fate toglietela aiutandovi con un ramaiolo o con della carta assorbente).

Bagnate con il cognac e fiammeggiate poi aggiungete il vinsanto e fate evaporare l’alcol e amalgamare i profumi.

Controllate che siano cotti e spegnete il fuoco gettando l’alloro.

Nel cutter mettete tutti i fegatini ma non il liquido che è nella padella e cominciate a frullare.

Tutta l’operazione di frollatura durerà almeno 6/10 minuti.

Aggiungete il burro e continuando a frullare Aggiustare di sale e pepe.

Prima di mettere nello stampo e poi in frigo a rassodare passare al setaccio. Ma potete anche saltare questa parte che mica siamo in corsa per la stella.

Quando la parte superficiale sarà ben fredda versatevi sopra del burro chiarificato e rimettete in frigo, eviterà che i fegatini divengano scuri.

Ricordatevi di toglierlo dal frigo un’ora circa prima di servirlo.

Sta benissimo con il pan brioche

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Cipolline in agrodolce

“È possibile che tuo figlio soffra un poco di alitosi?” mi fa lei. “Mi pare strano così piccolo, lava i denti regolarmente e non…” poi fulminato sulla risposta penso alla dieta che ha intrapreso.

Pare che così giovane abbia scelto la sua strada per non farsi baciare o prendere in collo divorando a cena in maniera egoista, avete presente la scena del pranzo in famiglia di “Continuavano a chiamarlo trinità“?, quantità smodate di cipolline in agrodolce. E non è la prima volta.

Non quelle comprate ma quelle che avevo preparato io per accompagnare del maiale. Io non le amo particolarmente, mi piacciono si ma preferisco le loro sorelle maggiori più ignoranti ma sicuramente più saporite e dolci. Ma loro le trovano buonissime e allora ogni tanto si fanno.

Cipolline in agrodolce

  • 500 grammi di cipolline
  • 1/2 bicchiere di aceto di vino bianco
  • 1 cucchiaio di zucchero
  • 2 o 3 chiodi di garofano
  • sale e pepe
  • 1 piccola noce di burro
  • 1 cucchiaio di olio di oliva (extra vergine)

Mettere a fondere il burro assieme all’olio e appena inizia a spumeggiare aggiungere le cipolline.

Saltarle facendole arrostire un poco quindi aggiungere i chiodi di garofano, il sale ed un bicchiere di acqua.

A fuoco medio far cuocere coperte per circa 15 minuti.

Passato questo tempo scoperchiatele e toccate col dito (meglio di qualunque altra cosa) la più grande. Se non dovesse essere ancora morbida chiudetele per qualche altro minuto.

A questo punto scoperchiate e fate evaporare il liquido rimasto.

Quando saranno quasi asciutte aggiungete aceto e zucchero e sempre a fuoco medio fate evaporare il primo e caramellare il secondo.

Prima di andare in tavola eliminate i chiodi di garofano, ricordatevi che sono o due o tre, e aggiustate di sale e pepe.

Anche questa, mi ricordassi da dove l’ho presa, giuro che lo segnalerei. Chiedo scusa.

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10 lezioni di cucina

10 lezioni di cucina è un libro che, finalmente, non è piacevole da guardare per le splendide foto (non ci sono foto ma alcune belle e significative illustrazioni di Gianluca Biscalchin) ma che riesce a spiegare in maniera asciutta la cucina di un cuoco.

Mi piacciono questo genere di libri, forse più degli altri, nei quali il pensiero dello chef viene palesato (per quanto voglia renderlo comprensibile) in modo da andare un pochino più a fondo rispetto ai “semplici” piatti.

Perché le ricette, in realtà, son divertenti per le foto, per capire e rubare qualche abbinamento o qualche idea, per dire tra sé e sé “Questo lo mangerei, questo no”, ma poi alla fine mi lasciano sempre un senso di incompiuto. Ho soddisfatto il bisogno attraverso la vista e poi?

Non rispondono mai alla domanda “perché esiste quel piatto?” e questo mi lascia insoddisfatto. Mi sembra che quei libri voyeuristici per quanto belli allarghino ancor più il divario tra la cucina di ricerca e noi poveri mortali e che costringano l’alta cucina ad un ruolo snob ed elitario che non comprendo io (che poi da fissato mi ci fondo attratto come dai film di paura) e non comprendono in molti.

In 128 pagine Romito racconta l’idea profonda della sua cucina, e della sua ricerca offrendo numerosi esempi di tutto quanto ma senza mai parlare di dosi e tempi fatta eccezione per il pane.

Le dieci lezioni sono su: semplicità, stratificazione, evoluzione, equilibrio, archetipo, salute, vegetale, dolce, pane e degustazione e ciascun argomento viene trattato in maniera molto adeguata rispetto alla maggior parte dei lettori, ponendo paletti e dicendo cosa è e cosa non appartiene alla sua cucina.

Nel capitolo degustazione ci ho ritrovato molto di quanto dissi nel post sui menù degustazione.

Si legge in poche ore, e poche ore son già tante, ed è scritto ad occhi abbassati – avete mai visto una sua intervista? – e pare di veder emergere dallo scritto di questo quarantenne l’autorevolezza fresca di chi si è dato tante risposte trovando, per sua e nostra fortuna, nuove domande.

10 lezioni di cucina
Niko Romito
Giunti, 2015
ISBN: 9788809809055

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Ristorante L’Imbuto (Lucca)

provato a cena a marzo 2015

Il lavoro, a volte, mi spinge in posti dove son già stato e in certi casi, questa cosa, mi rende felice. Dico a mia moglie “Vado a cena all’Imbuto perché mi devo consolare della vostra distanza” e lei mi prende a male parole.

Qua non siamo mai venuti insieme e mi dispiace, son sicuro che le piacerebbe.

Rispetto alla volta precedente scopro che per arrivare comodi vicino al ristorante devo seguire le indicazioni per il parcheggio Mazzini e, maledetto navigatore, mi fa fare il giro di tutte le mura. Poco male che son sempre belle nonostante il traffico che gira intorno poco prima di cena.

L’entrata e stata spostata nel lato del museo, non più la principale, e per farvi aprire dovrete suonare il campanello. Quel suono assieme alla luce in sala, entrambi troppo forti, sono le uniche cose che possono disturbare la cena. Il resto è praticamente tutto felice: servizio, carta dei vini e anche quei piatti che possono piacere meno (in un menù di 9 portate più 3 dolci ci sta che ve ne siano) peccano soltanto di voglia di fare e di sperimentare.

Per il resto la cucina di Cristiano Tomei l’ho trovata più evoluta e complessa confermando però quanto mi era parso nella passata cena. Tanta pancia e tanta “brutalità” si appoggiano su una testa pensante.

Vengono così presentati prodotti ottimi elaborati in una maniera sempre più personale.

Nei piatti torna frequentemente il sapore del mare e, nei piatti assaggiati questa volta, ci si spinge al limite dell’acidità, si utilizza l’amaro in maniera sicura e adeguata come può fare chi è tranquillo o chi è molto tormentato. I carciofi ci sono molte volte, anche nel dolce, e molte volte c’è il cappero pure lui presente nel dolce.

Raramente ci troviamo davanti piatti semplici, almeno per quello che riguarda le preparazioni e le spiegazioni che offre chi ci serve, ma quasi sempre troviamo un piatto  comprensibile e mai pesante anche in presenza di salse.

Per i vini lascio scegliere lo chef, ho da fare una quarantina di chilometri al ritorno e una bottiglia è troppo.

I pani sono i soliti dell’altra volta come tipologia; molto buoni mantengono sempre una densità importante.

L’omaggio di cucina è una Zuppa di cipolle, rana pescatrice, ricci di mare e verdure invernali che esplode in bocca con un’acidità importante. Il pesce crudo sul fondo in piccoli dadi è condito con i ricci di mare che rilasciano, tra l’acido e il dolce ed il carciofo che carica la bocca del suo sapore, la loro forte nota. Ottimo e azzardato, temevo che quel carciofo mi rimanesse in bocca tutta la sera. O quantomeno mi condizionasse i primi tre o quattro piatti. Invece…

Arriva la Pizza marinara che con la sua grassezza ben bilanciata e la dolcezza dopo la prima forchettata libera la bocca. Arrivano allora le sparnocchie con la loro marinatura freschissima nell’acqua di rape ed il prezzemolo prepotente ma senza esagerare.

Mi piacciono questi piatti di alluminio, come fosse una mensa, e i segni dei coltelli che hanno insistito nel tagliare non so cosa. Triglia al forno con caramello allo zafferano e carciofi son due forchettate di piacere. La triglia, che media tra il dolce che subito si ha in bocca e lo zafferano che rilascia un aroma leggero e non invasivo, non scompare anzi è ben presente per tutta la durata del boccone. Il carciofo è ben arrostito e croccante e chiude.

Il primo dei piatti di cui è difficile ricordare il nome tanto è lunga la spiegazione di chi lo porta in tavola, loro lo dicono in meno di 10 secondi, è il Riso cotto nella birra. Non è stato uno dei piatti che ho preferito, anzi l’ho trovato il limite negativo a cui può portare l’estro di Tomei, ma capisco che probabilmente è questione di gusti. Provo a capirlo giuro, anche a distanza di qualche giorno, ma non ce la faccio (per modestia dico che il limite è mio. Però…). Il riso è bollito con della birra alla pesca che lascia note dolci e acide, miele di castagne che accentua più la nota amara e le alici marinate al timo le senti salire in bocca per poi rilasciare spazio all’amaro, al dolce e all’acido.

Tortellini in brodo. Uno di quei piatti che vorresti trovare sempre e ovunque, uno dei piatti per cui vale la pena venire a mangiare qui. Pasta ripiena di gamberi rossi e fegato di gallina dolcissima, brodo di gallina intenso e per nulla grasso che d’improvviso esplode nell’amaro del Campari presente nel liquido di cottura. È un’esplosione controllata che non si mantiene in bocca per sempre, al cucchiaio successivo si riparte, forse un poco più intensamente ma lo deve fare.

Poi è il turno della Manzo sulla corteccia di pino coperto da bucce di patate fritte. Carne cruda messa sopra ad una corteccia di pino marittimo calda che la porta alla temperatura che dovrebbe avere il cuore di una bistecca. Il sapore è ampliato dal grasso di bistecca aggiunto croccante a condire la carne. Le bucce danno sentori di terra che si aggiungono a quelli leggeri rilassati dalla corteccia. Il tutto da mangiare preferibilmente con le mani in un rituale da uomini e donne delle caverne. Come siamo noi.

Poi si va in oriente con un Maialino laccato cedevole ma da masticare. Sentori di miele e di cannella, salsa di soia che si sente appena entra in bocca. Il tutto tenuto a bada dalla fresca acidità della zuppetta di mele sul fondo e sostenuto in maniera precisa dalle rape amare grattugiate. La cannella perde la sua caratteristica invadenza e diventa parte di un tutto giustamente complesso.

Ci si avvia verso la fine (e che fine) della parte salata con questa meravigliosa Terrina di zampe di maiale e cannolicchi. Dolce e grassa in bocca con il maiale che prende subito il sopravvento, poi iodio e si conclude con il sapore della mostarda di limoni tra l’acido e l’amaro. Anche qui le erbe amarognole si occupano della pulizia.

Un Piccione cotto appeso che rifugge la cottura al sangue e la porzionatura da ristorante stellato è il penultimo piatto. Servito con l’osso e con una cottura intensa sia fuori che dentro non ha tracce di sangue ma non ha perso neppure nessun umore. Nei soliti dieci secondi viene fatta percepire la complessità della preparazione: arrosto, freddo, olio bollente, aromi e cannello. Pelle e boccone del prete intensi, salsa di piccione e non ricordo quale altro prodotto con un’acidità molto evidente. Assaggiate ogni elemento da solo e poi assieme, cambiate le proporzioni ma lasciatevi una forchettata di salsa per la fine. Mangiatelo con le mani che troverete maggior soddisfazione.

Si conclude con una Creme Caramel tra il dolce ed il salato di cui non viene rivelato nulla “Poi mi dice cosa ha sentito”. Fegato grasso e sentori di mare escono evidenti, la polvere attorno e alla base mi pare un sapore conosciuto ma che non riesco a rintracciare nei miei cassetti. “Cosa ha sentito?”. Pensando alla figura cacina azzardo quanto riportato sopra. Niente fegato grasso ma fegati di piccione, la polvere è di capperi e il caramello contiene pasta d’acciughe “Visto che c’era qualcosa di mare?” penso tra me. Per me si poteva concludere li. Un altro piatto da battere la testa.

Però devo dire la verità, dopo che mi hanno rivelato gli ingredienti ci son rimasto male, nel mistero e nella basicità del mio “Mi piace non mi piace e perché” forse ci sarei stato meglio.

Il primo dolce è un Millefoglie al burro salato con crema di rape molto buono nonostante il mio odio atavico per le paste sfoglie. Poco zucchero e crema leggermente ruvida (penso dipenda dal vegetale) e leggera.

Il Dulce de leche al peperoncino è grasso e sa di panna ma non è pesante, lascia in bocca note sapide e la minuscola quantità di carciofo al centro ne caratterizza in maniera non invadente ogni cucchiaiata.

Poi un Sorbetto al latte di mandorle dove a livello aromatico vengono fuori le mandorle amare che però non fanno le arroganti ben bilanciate dal limone e da quel crostino di pane nero abbrustolito intensamente e salato.

Ultimo dolce, prima della fine, è una ottima Torta di cioccolato bianco al vapore nella quale zuccheri e grassi vengono tenuti a bada dall’arancio e dallo yogurt con il fondamentale contributo delle olive nere amare alla base che arrivano nel finale.

Ristorante L’Imbuto
chef Cristiano Tomei
Via della Fratta 34, 55100 Lucca
tel. 0583 491280
http://www.limbuto.it

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