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Rabarbaro e riflessioni

Andrò a ruota e libera forse quello che scriverò avrà un senso, forse sarà stupido, forse chissà…

Mentre fumavo una sigaretta appoggiato al davanzale della finestra nell’ingresso di casa mi è venuto in mente il contrasto tra due modalità differenti con cui ho assaggiato il rabarbaro.

In entrambi i casi i ristoranti erano stellati anzi uno era stellato e l’altro no e non ne capisco il motivo e come me tantissime persone più competenti di me.

Insomma prima ho assaggiato quello del non stellato e poi l’altro e mentre il primo era croccante e consistente, affatto noioso l’altro aveva assunto tra le mani dello chef il ruolo di trasportatore di sciroppo.

Ma non è questo l’importante.

Questo pensare ai rabarbari mi ha messo in testa un altra riflessione a mio giudizio più importante ovvero se la mia educazione gastronomica da autodidatta non è forse fondata su errori di tempi, su impieghi di risorse fatti in maniera troppo casuale e poco riflettuta guidati dal desiderio e dalle voci, dalle fissazioni verso quello o l’altro chef.

Se parto a razzo non c’è forse il rischio di ritrovarmi a non apprezzare cose buone che sono fatte secondo dei criteri ben precisi, diversamente fatti bene, e che io non riesco ad apprezzare perché ho provato già quelle cose secondo altri criteri e mi sono piaciute tantissimo?

O forse va bene così. Forse va bene perché per adesso ho le risorse per poterlo fare, per essere esigente.

O forse non va bene e come ho detto più sopra ho commesso errori ed il primo rabarbaro mangiato era tremendo e l’altro era invece così come doveva essere.

Ma alla fine si mangia da soli o in compagnia di persone che hanno più o meno i vostri gusti e le vostre possibilità. Pochi (fortunati?) hanno modo di essere accompagnati nella loro educazione al gusto.

Grazie al cielo non c’è una scuola… ci avete fatto caso che è una delle poche cose per cui non c’è scuola. C’è per degustare i formaggi, per degustare il vino e l’olio, perfino l’acqua, ci sono scuole per ballare e dipingere, per suonare e scrivere, per cucinare e fare oggetti con la carta di riciclo ma non esistono scuole per imparare a mangiare, a capire se una cottura è adeguata, se segue la tradizione e come questa s’incrocia con l’innovazione, scuole per capire se è rispettata dalla modernità, se la esalta o la deprime. Cose così.

A dare senso a quello che si mette in bocca, l’unico esperto è il dietista che si preoccupa di calorie, grassi, fibre, vitamine e stipsi. C’è la medicalizzazione del cibo ma non c’è nessuno che ti spiega come cavolo devi porti davanti ad un piatto quando decidi che non serve solo per sfamarti.

E mi piace abbastanza che sia così, che l’unico criterio sia la fame o la sazietà, la gola o il disgusto.

Ma manca altro. Si dice “vado al ristorante” oppure “vado a mangiar fuori” e vi ritrovate a mangiare in luoghi generalisti dove non si rispetta nessun criterio. Ma alla fine va bene anche quello.

Diventa preoccupante però il fatto che manchino punti di riferimento e sparisca la tradizione in favore di metodi di cottura alternativi che mi piacciono quando il loro utilizzo ha un criterio e che quel criterio non sia la linea, il risparmio, la sanificazione.

Nella mia città per esempio mancano trattorie che siano realmente trattorie (forse una), ci sono ristoranti in cui puoi andare a mangiare dei piatti ma dove gli altri sono mediocri. Ristoranti che cercano la loro elaborazione e cercano di riproporti anche cose del territorio magari in forme diverse, alcune buone e altre di modestissima riuscita, begli impiattamenti e poi ti sbagliano il sale.

Chi esce e va a mangiare fuori ma non ha punti di riferimento per rendersi conto di cosa  mangia. La mia città ne è piena.

Alla fine la cosa più probabile è che forse io sono un disadattato, forse soltanto un fanatico rompicoglioni senza metodo e senza basi che si trova a dover giustificare le proprie spese al ristorante agli amici.

Comunque, se leggete qui e volete mettere su una scuola per il gusto tenetemi in considerazione. Se i vostri corsi mi sembreranno seri m’iscrivo anche io.

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