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Puré di patate

Non è vero che con la violenza non si ottiene nulla, in certi casi la violenza è necessaria. Anzi è auspicabile.

Per poter fare il puré per esempio la delicatezza non funziona. C’è bisogno di energia, violenza (non gratuita) e sudore.

Poi è necessario non essere avari, c’è bisogno di generosità e attenzione. Ma quando non ce n’è bisogno di queste ultime cose?

Questa versione non è fatta di patate schiacciate e condite con olio e sale, non è nemmeno arricchita con formaggi grattugiati. L’unica aggiunta è nel burro, molto ma rimanendo sul limite che divide il giusto dall’eccesso.

Quando faccio questo piatto non posso non pensare alla Grande abbuffata e alla purea medicamentosa che Tognazzi prepara per Piccoli “Mangia. Mangia piccolo Michel, mangia.”

Puré di patate

Ma se proprio dovete scegliere meglio un po’ meno che eccedere.

  • 500 grammi di patate
  • Burro (secondo il gusto)
  • 1 tazza di latte
  • sale
  • pepe (bianco o nero fate voi)

Pelate le patate e tagliatele a a pezzetti dopo averle pelate.

Gettateli nell’acqua e accendete il fuoco.

Appena spicca il bollore abbassate e aggiungete una bella noce di burro e salate l’acqua, portate a cottura le patate, anzi, andate un po’ oltre.

Mettetele in un contenitore e cominciate a schiacciarle con l’apposito strumento.

Aggiungete altro burro, diciamo 30 o meglio 50 grammi.

Con la frusta sbattete come se avesse offeso vostra madre e aggiungete a cucchiai il latte bollente. Quando avrà raggiunto la consistenza che desiderate aggiustate di sale e profumate con il pepe.

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Regole minime di comportamento per fumatori al ristorante

Fumo molto, troppo. Lo faccio da circa ventisei anni da quando, giovane coglione, mi convinsi che assecondare i vizi di una giovane fanciulla avrebbe favorito l’accesso alle sue grazie.

Ho provato a smettere molte volte. Agopuntura, gomme da masticare, psicofarmaci ma nulla ha giovato. Più forte il vizio. L’unica cosa che ancora non ho sperimentato è la forza di volontà di dire basta. Evidentemente non sono ancora abbastanza uomo e come un neonato non riesco a posticipare il bisogno. Ma prima o poi smetterò, in un modo o nell’altro.

In due momenti mi da fastidio esserlo: quando tengo in braccio mio figlio e non dico nemmeno il perché e quando apro una bella bottiglia con gli amici, non tanto perché il sapore di fumo anestetizza la bocca (stronzate, alcuni dei migliori sommelier che conosco sono tutti fumatori) ma per l’odore che ho addosso e che potrebbe dare fastidio a qualcuno. Ma del resto lo stesso effetto lo fa troppo profumo o dopobarba.

Al ristorante il secondo problema rimane.

E se ne aggiunge un altro di non minore gravita, tutt’altro. Cosa succede quando l’impellente bisogno di una bionda da segno di sé, magari tra una portata e l’altra?

Se il locale è serio, e la serietà non riguarda le stelle o altri punteggi da guida ma riguarda il rispetto per le materie usate e per il cliente, si mette in crisi tutti i meccanismi. Se il piatto è pronto in teoria lo rifanno, più probabile che lo tengano in caldo.

Il cameriere corre in cucina e avverte lo chef che bestemmia e, minimo, ti da dello stronzo perché quello che aveva pensato per te in un modo o nell’altro uscirà diverso dalla sua cucina o sarà costretto a sprecare un piatto. Perché quello che doveva essere croccante non lo sarà allo stesso modo, perché il piatto uscirà più opaco, meno fragrante, ad una temperatura che non era prevista.

Noi fumatori, ma anche chi tenendo il telefono acceso deve – ripeto deve – uscire dal locale per non disturbare, provochiamo un danno: al locale e a noi stessi.

Cosa fare prima di soddisfare le nostre pulsioni:

  • Non fumare per il tempo del pasto (spegnere il cellulare)
  • Se proprio non ne possiamo fare a meno chiedere se il piatto è in uscita dalla cucina ed eventualmente rinunciare alla sigaretta (o alla telefonata)
  • Se proprio non ne possiamo fare a meno chiedere al cameriere di portare in tavola il piatto assumendosi tutte le responsabilità (questo non avverrà e i problemi resteranno ma almeno avrete la coscienza liberata, almeno un poco, dal gesto)
  • Chiedere che vi avvertano quando arriva il piatto. Dovrete essere disposti a sacrificare uno o due tiri o a chiudere la conversazione.
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