Tag: Recensione ristorante

Ristorante Arnolfo (Colle di Val d’Elsa, Siena)

provato a cena a Ottobre 2014

Questa è ormai la terza volta che mi metto nelle mani dei fratelli Trovato, la prima che racconto, ed è sempre estremamente piacevole.

Ogni volta che entro mi sento in soggezione, sarà per la sala con quei grossi lampadari o perché ti ricoprono di attenzioni fino all’eccesso. Ma questo è possibile che sia un problema mio.

La cucina che troverete in questo ristorante è una cucina sicura, molto tradizionale e costante, grandi capacità tecniche e gusto nell’impiattamento. Ah quelle stoviglie che vi portano davanti sarebbero da portar via dalla prima all’ultima.

È la cucina della sicurezza, quella che andrete a cercare quando non avrete voglia di eccessive sorprese ma vorrete quiete e relax, precisione. È comfort food di livello, caldo e rassicurante, capace di farsi capire e di offrire protezione.

Da un punto di vista “didattico” andate da Arnolfo se volete sentire il sapore del coniglio, del maiale, della faraona e soprattutto del piccione. Da quel che ricordo, e da quello che ho sentito quest’ultima volta, sarà difficile trovare dei sapori che così poco vengono alterati da ciò che li accompagna. E questo mi piace molto.

Dall’ultima volta i menù degustazione sono saliti da due a tre affiancando, a quello innovativo nel quale troverete principalmente dell’ottimo pesce e quello più tradizionale che è legato al territorio, una proposta completamente vegetale. Monumentale le carte dei vini.

I pani sono ottimi e tra tutti spiccano i panini ripieni di ottima ricotta.

E poi la pagnotta, mutuata dal panpepato, nella quale troverete mandorle e spezie.

Dalla cucina verrete sommersi di piccoli omaggi, prima Tempura di porcino, cipollotto e dentice; Tartara di branzino e frutto della passione; Spugna di cavolo nero, burro e acciughe e pomodoro candito

… a seguire Crema di zucca e carota con ricotta e spinaci; Polpetta di piccione con crema di porcini; Trancio di orata con crema di ceci.

Il primo piatto è un bellissimo Coniglio nostrano, Cipolle, Olive Taggiasche, Fagioli di Sorana con il quale è possibile sperimentare abbinamenti. Quello che mi ha dato più soddisfazione è stato quello con le perle di olio e la crema di fagioli.

A seguire un’ottima Anatra muta del Val d’Arno: Petto, Coscio, Arance, Campari con cotture perfette. Svetta il fegato cotto in maniera incredibile.

Le Mezzelune, Patate, Tartufo, Cipollotto sono estremamente piacevoli anche se forse la freschezza della crema di cipollotto non è in grado di sostenere l’austerità degli altri ingredienti.

Cappelletti, Faraona di Laura Peri, Cavolo Verza, Brodo ristretto è stato uno dei piatti della serata. Caldo e con un brodo fortemente caratterizzante, spinto dal cavolo verza che porta intense note vegetali. Quel boccone di carne sulla cima è prezioso, molto.

Nel Maialino da latte, Mele caramellate, Lenticchie di Castelluccio sentirete su quest’ottima carne la leggera nota di miele utilizzato per laccare la sottile cotenna. Salse che non coprono ma allungano i sapori nel piatto.

L’ultimo dei piatti salati era il famoso Piccione: Petto, Coscio, Fegato d’Oca, Uva, Castagne ed era… sbagliato. Mi dilungherò.

Quando nella Toscana del sud, e forse probabilmente anche altrove, volete parlare di un piccione fatto a dovere dovrete far sempre riferimento a questo preparato da Gaetano Trovato. Tre volte che lo mangio e due che lo trovo incantevole.

Questa volta ci deve essere stato una svista e come potete vedere anche dalla foto il petto e il fegato d’oca hanno subito una cottura eccessiva. E mai son stato più felice di tale incidente (mi spiace solo per il fegato d’oca diventato leggermente amaro) perché nell’eccesso di cottura è rimasta intatta la perfezione del prodotto. Forse si è perso qualcosa ma mi ha dato modo di riconoscere una materia prima favolosa. Non so come spiegarlo meglio, mi spiace.

Nell’attesa del dolce un rinfrescante Gelato alla menta, pere e kaki.

A conclusione un ottimo Tiramisù, Cantuccini, Vin Santo. Quei savoiardi che lo contornano sono fatti di nuvole. Sullo sfondo i dolcetti finali.

Ristorante Arnolfo
chef Gaetano Trovato
via XX Settembre n 50, 53034 Colle di Val d’Elsa, Siena – Italy
Tel. +39 0577 920549
Fax +39 0577 920549
http://www.arnolfo.com/it

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Ristorante Da Caino (Montemerano, Grosseto)

provato a cena a Settembre 2014

“Io le cose che fanno li non le mangio” ha detto a bassa voce un tizio (probabile fosse un turista visto che aveva la sua macchina fotografica al collo) alla sua compagna – che aveva un’aria quasi dispiaciuta – passando li davanti mentre noi attendevamo di entrare.

E mi era venuto voglia di fargli gambetto a quel tale che era entrato nel mio momento contemplativo, quello che ho sempre prima di entrare in un locale così. E anche mentre finivo la mia sigaretta.

E intanto mia moglie mi dice che ha fame e mio figlio che non ci vuol venire e io che mi dibatto tra timore e voglia, tra il senso di colpa nel costringere mio figlio a venire in un posto dove non fanno solo pasta al pomodoro e poi ci mandano a giocare e l’egoismo più bieco quello che mi fa pensare una delle frasi più stupide del mondo: “Finché vivi sotto il mio tetto fai quello che dico io!”.

Comunque il punto è un’altro, il punto è che molti grandi chef (non tutti) dicono che un loro sogno è quello di creare piatti che un giorno diventeranno “cucina tradizionale” e che altrettante persone comuni, io con loro, pensano che ciò sia molto difficile. Credo però che molte delle cose che la chef Valeria Piccini realizza con la sua brigata siano vicine a qualcosa che potrebbe diventarlo (l’idea, un sapore, una forma… fate voi) portando dentro una carica di semplicità fondamentale, dove non si cerca di confondere il palato ma di dargli conferme, pace.

Se guardate la targhetta degli orari sulla porta d’ingresso, infatti, troverete che Caino non è un ristorante ma è come denominazione una trattoria e forse questa classificazione non è del tutto sbagliata perché in quella cucina si intravedono sempre e comunque, che sia nel gusto o nei profumi, i piatti della maremma. Cibi che si potrebbero trovare, ripeto: nell’idea e nei sapori, in un locale dove ci si ferma per un poco di ristoro. Poi qui si vola oltre con quella capacità di dare forma, sostanza e modernità alla ruralità che circonda e nella quale immergono le loro radici la chef ed il luogo.

Dalla cucina nervetti soffiati e paté di fegatini e un’emulsione di mela con pancetta. Se il primo è sfizioso il secondo è un tuffo nelle merende dell’infanzia. Pane con l’olio e la mela ma senza il pane. Fresco e con l’olio perfettamente bilanciato con la sapidità, non dolce e non salato.

I pani, in realtà un altro piatto, dove svettano i panini con il rosmarino e soprattutto il pane con la ricotta e i crackers con paprika e peperoncino.

Ottima ricotta che torna nel secondo omaggio di cucina, una golosa crema a cui la bottarga di muggine da potenza ed il sedano di nuovo freschezza.

Il Gambero rosso, sfere di melone, sorbetto di ravanello, crema di yogurt all’aglio e pesto di fagiolini dà inizio alle danze. Tartara leggermente affumicata, gambero saltato al lime e tutte le altre cose elencate nel nome del piatto. Se diamo per scontata la qualità della materia prima quello che più mi è piaciuto è stato il sorbetto con una carica di sapore importante.

Poi Centrifugato di pomodori verdi, baccalà arrostito, verdure ed erbe di stagione che è stato per me, ma non per mia moglie, il piatto che meno mi ha colpito. Nonostante gli elementi comprimari fossero incredibili per consistenza e per sapore ed il baccalà morbido e dolce con l’acidità del centrifugato a far aumentare la salivazione l’insieme mi è parso un po’ fragile.

Questi Ravioli all’olio extravergine di oliva con coulis di pomodoro fresco invece rimarranno nella mia testa per sempre. Esplosivi e sapidi, da mangiare interi e schiacciare contro il palato mettendoli in bocca assieme alla loro dose di pomodoro dolce e lasciato volutamente più sciapo. Si fa sentire l’olio e la colatura di alici in una maniera che è piacevolmente aggressiva. Sono del resto uno dei piatti simbolo di chef Piccini.

Poi ci son sapori che stanno nella testa, a tratti schiaffi come in Tono su tono… tagliolini alla clorofilla di prezzemolo, vongole e salicornia dove la crema di friggitelli, il limone candito e il peperoncino danno freschezza e rendono un poco più gentile l’intensità delle vongole quasi crude.

L’ultimo piatto salato è un Cuore di Manzetta Maremmana alla brace, pesche, melanzane e potacchia. Il cuore è un muscolo e per di più magro e come tale viene trattato, cottura veloce e appoggiato sopra un cubo di melanzana a integrare e portare un poca di morbidezza. C’è da masticare ma ne vale la pena. La potacchia in insalata aggiunge un’acidità gentile rinforzata dalla pesca, soprattutto da quella presente nella salsa a destra.

Il predolce è un sorbetto di foglie di fico. Non sa di fico ma ha note più verdi e di mandorla leggera all’inizio per poi rivelarsi in un bel sapore di cocco. Comunque è molto buono, da strappare occhiate complici e meravigliate a tavola e le arachidi salate sbriciolate sopra lo fan sembrare più di quel che dovrebbe essere.

Il dolce è un Gelato di latte di pecora al timo, infuso di prugne e thè nero al bergamotto, cialda croccante di cioccolato. Fresco e acido con una grassa eleganza eleganza, il tè a dare astringenza e la gelatina di prugne acidità. E il cioccolato? Ci sta sempre bene

Molto buoni i dolcetti finali nonostante quel macaron alla cannella maledetto che era buonissimo ma a me non deve piace per motivi “politici”.

Per tutta la cena ci ha accompagnato un Timorasso Raro Vitigno del 1996 dei Vigneti Massa carico di mineralità e di frutti secchi, acidità persistente che emerge dalla finezza.

Ristorante “Da Caino”
chef Valeria Piccini
Via della Chiesa, 4 Montemerano – 58050 Manciano (GR)
Tel. +390564602817 – Cell. +393273594882 – Fax +390564602807
http://www.dacaino.it

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Ristorante Carpe Diem (Salisburgo, Austria)

provato a pranzo ad Agosto 2014

Salisburgo, nei pochi giorni in cui siamo rimasti, ci ha accolto con pioggia e rari momenti di freddo sole. Splendida comunque e piena di persone, molte con vestiti da sera in pieno giorno pronte per l’opera (nella foto sembra sole ma sono i filtri del programma di elaborazione foto).

Bravo Mozart, grande Mozart. La sua casa, il suo conservatorio, dove è nato, dove faceva colazione, le sue immangiabili palle di cioccolato (che a mio figlio son piaciute tantissimo), il suo Bosna (panino nazionale Austriaco che invece piace tanto a me). Povero Mozart.

Da fuori il Carpe Diem non mi convince con quella scritta che parla di “Finest Fingerfood” però mi attrae per la sua eleganza e la sua proposta veramente ampia. Zona fumatori e non, bar, birreria, pranzi veloci, caffè, aperitivi, tanti fingerfood tra cui poter scegliere e ristorante stellato. Era li che volevo andare e siamo entrati.

La signorina molto carina, nei modi, che ci ha accolto ci ha indicato dei posti al piano superiore per non fumatori però quando le ho detto che volevamo sederci al ristorante gourmet, bagnati e vestiti da turisti come eravamo, mi ha detto “Prima guardi il menù” e me lo ha dato. L’ho ringraziata e senza guardarlo l’ho restituito dicendo “Va benissimo”. Non abbiamo iniziato bene signorina.

Poi il servizio è altra cosa, preciso, cortese e abbastanza informale da farci star bene. Una cucina a tratti fresca e a volte opulenta e classica che in certi casi compie errori grossolani come per le rape nel mio piccione talmente salate da essere amare.

Il pane è piacevole anche se l’ho appena sentito avendolo ingurgitato, quello colorato, mio figlio. Ad accompagnarlo una crema di formaggio che troverete spesso nei ristoranti questa volta rinforzata da olive nere, un’ottimo burro e tonnellate di sale della zona (ci mancherebbe)

Dalla cucina il primo dei due omaggi: un fresco e persistente brodo di salmone affumicato con dei bottoncini di rapa e carota. Freddo e vegetale ma davvero piacevole.

Come secondo omaggio un piccolo filetto di pesce cotto alla perfezione accompagnato da carote e germogli di aglio. Fresco e grasso in maniera ottima.

Questo inizio è accompagnato da questa bevanda a base di té se vogliamo anche piacevole. Da queste parti ce l’hanno il vizio di bere cose strane durante i pasti.

Poi un piacevole e fresco Gruner Veltliner di Karl Diwald

A seguire prendiamo una zuppa, questa abitudine che hanno in Austria mi piace proprio, di scampi con basilico thai. Le prime cucchiaiate sono veramente buone ma alla lunga un poco stanca con la sua grassezza poco smorzata da quelli che dovrebbero essere le parti acide.

Gli elementi solidi al suo interno, coda di scampo e gnocco di basilico thai, sono andati un poco in là con la cottura e risultano un po’ gommosi.

Gli stessi ingredienti vegetali sono portati in un piattino con altre consistenze e temperature questa volta ottime.

Il Piccione di Bresse, uva spina, ravanello, sesamo è una delusione. Cottura come si deve e carne strepitosa. Gli elementi dolci fanno il loro forse con troppo zelo e i ravanelli, come ho detto all’inizio, paiono cotti, conditi e ripieni di sale e restano tutti sul piatto. La crocchetta fritta è ripiena delle interiora del piccione ma non riesce a dare maggior carattere al piatto risultandomi più come una forma di divertimento che altro.

Menzione d’onore per la wiener schnitzel per il bambino che avrei scambiato più che volentieri con il mio piccione.

Il dolce era ottimo: Dolce di albicocca e pistacchio, mousse di torrone e gelato al caramello. Fresco e opulento dove ogni elemento si accosta agli altri in maniera precisa.

Ristorante Carpe Diem
Getreidegasse 50 – 5020 Salzburg (Austria)
+ 43 (0) 662 848800
http://www.carpediemfinestfingerfood.com

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Ristorante Unterwirt (Chiusa, Bolzano)

provato a cena ad agosto 2014

La cucina di montagna rappresenta per noi, lungi da me le manie di grandezza che con quel noi intendo io e mia moglie e gli amici con cui se ne è parlato, gusti tondi e piatti grassi.

È i rifugi di montagna e i piatti unici mangiati alla fine di una funivia, canederli e carni stufate, finferli e burro, erba cipollina e affumicato. Formaggi di malga e grappa al pino mugo.

E la famiglia Haselwanter non delude le aspettative, tranne che per il grasso ed i sapori tondi (non quando sono necessari), con un ottimo percorso estremamente centrato sul territorio.

In questo bel ristorante cresciuto intorno a quella che un tempo era la trattoria del paese si respira montagna e ricerca. Fuori veniamo accolti dal ordine di un giardino abbastanza minuto e dal leggero odore che arriva dalle stalle vicine ma niente paura che è solo fuori e, almeno a me, non ha dato fastidi proiettandomi subito nei pascoli e nelle malghe. La montagna è anche questo.

È possibile scegliere tra quattro menù, di cui uno di pesce e uno vegetariano, o smontare tutto e prendendo qua e là costruirsi il proprio. Noi eravamo stanchi dopo molte ore d’auto e abbiamo preso il pacchetto pre compilato.

Apparecchiature moderne ed eleganti si accostano ad arredi principalmente tradizionali, nonostante i cuscini ho trovato scomode le sedie in legno massiccio, e l’accoglienza della signora Connie e del resto del personale è perfetta. Giochi al bambino per farlo disegnare.

Leggerezza e tradizione dalla cucina. Le verdure sono centrali con cotture leggerissime che le lasciano croccanti e saporite portando, principalmente nei piatti di carne, freschezza e precisi sentori di terra. In generale, come ho ripetuto e insisto, tanto territorio nei piatti e attenzione agli ingredienti sia per quanto riguarda la loro scelta che la loro elaborazione.

Tra i buoni pani spicca quello servito in sottili sfoglie con finocchio, cumino e nocciole. Poi pane al curry e quello con le noci e gli altri portati assieme ad una crema di formaggio che ritroveremo spesso nel nostro viaggio.

Dalla carta dei vini, piccola ma capace di soddisfare chiunque, scegliamo il buon pinot nero di Niedrist del 2010. Tipico e di discreta beva, un vino che cerca l’eleganza anche se eccede nel colore e nell’uso del legno piccolo.

Dalla cucina, nell’attesa, arriva una tazza contenente un Canederlo allo speck con formaggio di malga e finferli accompagnato da un brodo carico e ristoratore. Terra e sapida dolcezza con una leggera nota fumé. Più classico di così si muore.

A seguire una Millefoglie di copertina e verdure di terra con mousse di salsa verde dove la carne è saporita e consistente e la salsa verde proposta in due versioni come da foto affatto coprente ma offre il suo contributo in maniera adeguata. La dadolata di verdure è centrata e freschissima e ben definita nei sapori.

Il Risotto di pignoli e pino mugo con petto di piccione rosolato è ottimo. Tenuto ben al dente con i pinoli che arrivano non a tutti i bocconi con la loro nota di resina per spezzare il balsamico del pino mugo pacojettizzato e aggiunto al momento di mantecare. Non immaginatevi una caramella balsamica ma sapori dosati in maniera precisa e impreziositi dal fondo del piccione ad aggiungere grassezza e un’altra profondità. Il piccione è molto buono e cotto perfettamente ma secondo me non necessario (mi par di bestemmiare) perdendosi tra gli altri sapori.

Una Zuppa fredda di cetrioli anticipa il piatto di carne. Fresca e essenziale con una bella nota acida data, presumo, da dello yogurt rimette a zero (in senso positivo) la bocca e lo stomaco.

Nel Filetto di manzo nostrano, gratinato con parmigiano su gröstl di cavolo rapa e patate mi dava qualche dubbio la gratinatura con il parmigiano e mi sbagliavo scoprendola leggera e portante di tutti gli altri sapori. Carne tenerissima con una cottura da favola e verdure croccantissime con il cavolo rapa ad aggiungere quelle note terrose che in questo periodo amo particolarmente.

Il Tortino di saraceno e ricotta con albicocche alla vaniglia e gelato alla crema è forse il piatto che ho apprezzato meno. Mi è parso, seppur ben fatto, piuttosto evanescente con i sapori troppo divisi e con l’ottima ricotta che, forse nel tentativo di alleggerire il piatto, perdeva la centralità che il titolo mi faceva presumere.

Ristorante Unterwirt Gufidaun – Gudon
chef Thomas Haselwanter
I-39043 Klausen – Chiusa (BZ)
T +39 0472 844 000
F +39 0472 844 065
http://www.unterwirt-gufidaun.com

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Ristorante Il Canto (Siena)

provato a cena a Giugno 2014

Anche quest’anno ho deciso di “tradire mia moglie” e tornare, lo scorso anno non ho potuto, in questo posto tanto bello e in cui ho vissuto emozioni importanti (gastronomicamente parlando).

Matteo Monti ha preso possesso delle cucine del Canto della Certosa di Maggiano e ha costruito con il sostegno di Anna Claudia Grossi un nuovo ristorante dove ogni piatto grida al territorio ed alla tradizione ma con eleganza ed intelligenza.

I prezzi sui piatti sono scesi e rimasti adeguati sulla carta dei vini. Uguale  a prima l’apparecchiatura e le sedie, la disposizione dei tavoli con la finestra che alle spalle dei clienti lascia intravedere le piastrelle dei muri della cucina.

Alcune persone in sala son rimaste e altre son nuove ma il servizio è sempre di livello, eleganza e sorrisi. Parole misurate per spiegare piatti, cucina e cambiamenti. La signora Grossi mi aiuta a scegliere.

Come ho detto sopra la carta dei vini è sempre quella piena di cose da provare, non enorme ma adeguata al cibo ed ai clienti. Da li scelgo Dolina Slavcek Pinot Grigio ramato 2007, uno di quei vini estremi fatti secondo stili tutti sloveni. Un pinot grigio che ha preso tutto dall’uva e che restituisce la terra e un’acidità importante ma non assassina.

Ho mangiato molto bene scegliendo da una carta giustamente bilanciata e che ha una quantità di piatti, per ciascuna portata, non eccessivo ma nemmeno esiguo e nella quale si trovano carne, pesce e vegetali. Nessun menù degustazione.

Assieme ad un Vermouth Carpano ben freddo scelto tra gli aperitivi (nella stessa carta anche vini da dolce, superalcolici e sigari) mi portano dei piccoli fritti appoggiati su una piccola striscia di carta: salvia, finocchio e polenta fatti molto bene e, comunque, sfiziosi nella sera di giugno.

Tra gli antipasti sono indeciso tra le Lumache gratinate al piatto ed i Fegatini alla salvia che infine sceglierò. E quando arrivano mi fanno balzare sulla sedia. Sono espressione di capacità e memoria, raffinatezza e modernità. La capacità di rendere preziosi questi ingredienti poveri è sorprendente e ci si sentono i crostini neri toscani ed il loro futuro. Cotti al rosa con una punta di scorza di limone a rinfrescare. Nocciole a portare i loro oli essenziali, il sapore di tostato, e il croccante. Niente orpelli e sapori netti che assieme mandano la testa altrove.

Poi delle Tagliatelle al ragù bianco di cortile con una salsa nella quale si è cercato di ottenere una buona caramellizzazione delle carni senza perderne morbidezza e sugosità. Ottima la cottura della pasta e piselli dolci e freschi appena scottati a guarnire e dare una più intensa dolcezza. È stato però il piatto che mi ha convinto di meno colpa di un eccesso di formaggio in una mantecatura intensa che andava a nascondere il resto dei sapori.

A seguire Baccalà fritto con crema di fave e pepe nero. Frittura croccante e asciutta con la prima crema a arrotondare la sapidità del pesce e la seconda, quella di pepe nero, a spingere intensissima; forse di quest’ultima ve ne è in dose esagerata, voi stemperatela nell’altra in maniera grossolana facendone avanzare un poca nel piatto. Tutto assieme però è un bel piatto dove la mano si sente e dove si apprezza il tentativo di togliere questo piatto dalla normalità utilizzando piccole e semplici cose.

Per finire un semplice Crème Caramel fatto molto bene dove non si eccede con le parti grasse cercando principalmente leggerezza.

Assieme due piccole frolle con pasticcera e fragole buone e, anche loro, appoggiate su dei fogli di carta.

Dopo l’antipasto, parlando con la signora Grossi, ho fatto una battuta piuttosto infelice su frutti ed alberi. Non voleva essere una mancanza di rispetto ne verso di lei ne verso uno chef così capace che in poco tempo, son sicuro, troverà ancor più un modo per far emergere la sua identità.

Qualche sera fa sono andato a dormire a casa dei miei genitori. Provavo a dormirci sereno, in fondo ci sono stato per vent’anni, ma anche camera mia – il mio rifugio di allora – mi pareva altro. Mi parevano la casa e la camera di qualcun altro ed ero a disagio. Poi, passati i primi turbamenti, ci ho dormito bene e la mattina, prima di andare a lavorare, ero molto rilassato.

Ristorante “Il Canto” della Certosa di Maggiano
chef Matteo Monti
Strada di Certosa 82, 53100 Siena
tel 0577 288180
fax 0577 288189

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Ristorante “Madonnina del pescatore” (Marzocca di Senigallia, Ancona)

provato a pranzo a Giugno 2014

La giornata è afosa, almeno per noi che veniamo da altri luoghi è la prima vera giornata di calore quasi insopportabile.

Per fortuna quanto ci avevano detto al momento della prenotazione, al nostro desiderio di mangiare fuori, è vero “Qui tira vento all’ora di pranzo”. Decidiamo però di mangiare all’interno con l’aria condizionata.

Inutile girarci intorno, prenotare qui, entrare e mangiare i piatti dello chef crea  almeno in me una certa attesa. Tutto quell’oro forse va in contrasto con la leggera formalità (e a quel che ho visto alla capacità di adattarsi a chiunque mantenendo il giusto distacco) del servizio, con i visi sorridenti. Forse tutti quei prodotti perfettamente in ordine fuoriusciti dal laboratorio dello chef stonano un poco e fanno un po’ bottega ma che importa? Li avete mai sentiti? Io si, una decina di volte, e sono ottimi. Li produce direttamente Cedroni.

Prendiamo il menù degustazione e lasciamo scegliere il vino a chi ci serve “Ci dica lei che è di qui, ci faccia capire un poco questo territorio” e veniamo serviti con un Mirum dell’azienda La Monacesca bianco sapido e minerale, asciutto di Matelica.

Nei piatti che si susseguono, nel loro ordine c’è tutto ciò che ci si aspetta: gioco e sapore, materia che ha sapori precisi che si uniscono a volte per lasciarti stupito e altre per darti sicurezza, illusione e scoperta. Compare certe volte un tocco classico, che vira più sull’opulenza nascondendo magari piccole sorprese come nei tortelli.

Il ghiacciolo all’inizio, un Margarita ghiacciato perfetto, è troppo piccolo avrei voluto dire. Dopo ogni piatto uno di quelli ed una borsa frigo da portare via piena.

Pani ottimi nonostante il lievito madre, io non lo amo per la frequente acidità che lascia, ma qui è tenue ed i pani sembrano, sono?, appena sfornati.

L’uno due successivo è fulminante: Ricciola, salsa di porro e lemon grass, viola del pensiero, basilico ed amaranto fritto seguita da Ostrica con panna acida, scalogno, e caramello al lampone. Il primo è notevole per come è giocato sul filo di acido e grasso, carnosità e croccantezza con il porro che emerge dolce sostenuto dall’erba; il secondo per come elementi minimi come le perle di the e la parte vegetale in realtà lo caratterizzino in un gioco di temperature millimetrico.

Il divertimento e la freschezza vanno via via facendosi più austeri e opulenti. L’incrocio perfetto è questa Zuppa di vongole e mandorle con molluschi e crostacei, fagiolini e bruschetta che è sapida e concentrata, tiepida. Bilanciata in tutto in maniera quasi commovente.

Poi i due piatti che mi hanno lasciato più “indifferente” non perché non buoni di sapore o mal cucinati: Uovo in camicia, raguse in porchetta, bottarga di spigola e puré affumicatoLa “cassoeula” di pesce con fagioli e salsiccia. Il primo forse eccessivamente centrato sull’uovo che andava a oscurare tutti gli altri prodotti, a tal proposito assaggiate da sole, prima di aprire l’uovo, le raguse e ditemi della loro bontà.

Il secondo perché nonostante le consistenze magnifiche – quella salsiccia di mare cos’è! – porta con se la nebbia ed il freddo. La verza croccante ed i fagioli mi trasmettono novembre nel sangue. Da togliere e reinserire in periodi più autunnali. Però che grande lavoro su quel piatto.

Per finire la parte salata si balza fuori dall’acqua e si provano i Tortellini di parmigiano liquido carne cruda battuta al coltello e salsa di pomodoro e basilico e la Pluma di maiale, aglio nero e salsa di finocchi e arancia. Piatti complessi e, soprattutto il primo, ricchi di una grassezza finissima. Quei tortelli sono goduria alla stato puro, fatti per chi è goloso. Esplosione di sapido e grassezza della carne smorzati da quella salsa di pomodoro dolcissima.

La pluma è tenera e gustosa con una salsa che interviene quando deve e non nasconde sapori. Importante l’aglio nero a bilanciare la dolcezza del piatto portando in continuità una nota di olive nere marinate, giustamente un leggero sentore di aglio e l’idea (che è solo idea) di amaro.

Gelato di topinambur.

Il dolce è da abbraccio e bacio accademico, da conversione. Tutto a base di carciofo con le note amare del caffè e quelle tostate e caratteristiche degli arachidi. Tocchi di sale, ma non scontati, a dare un reset alla bocca. Forse non bello da vedere ma indimenticabile per gusto e per lo stupore che lascia in noi comuni mortali.

Una nuvola di Zabaione al porto prodotta al tavolo con sifoni e azoto. Forse un poco d’antan ma che importa. Gelida scompare in bocca.

Vulcani attivi ogni zona ha il suo cioccolatino e quindi il Giappone col wasabi, il Messico ai fagioli e peperoncino, l’Italia con pomodoro e basilico, la Grecia all’oliva e mastice e per finire l’Africa alla banana. Ottimi e divertenti

Il caffè è accompagnato da un cremino favoloso e da una granita al Varnelli.

Ristorante “Madonnina del Pescatore”
chef Moreno Cedroni
Via Lungomare Italia 11, 60019 Senigallia (An)
tel 071 698267
http://www.morenocedroni.it/madonnina/main.php

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Ristorante Uliassi (Senigallia, Ancona)

provato a pranzo a giugno 2014

Questa è una dichiarazione d’amore e forse come molte dichiarazioni d’amore potrà risultare sciocca o condizionata da quel velo che sfoca il contorno e mette a fuoco solo quello che ci attrae.

Penso a dieci (anzi più) anni fa quando per la prima volta entrai nel basso edificio di Banchina Di Levante 6. Giovane nel fiore degli anni intenzionato a far colpo su quella che un giorno sarebbe stata mia sposa. In realtà poco avevo letto e mi ero informato, andavo di voci, di sentito dire; di quel che diceva e faceva vedere l’unica tv specializzata di allora.

Pochi giorni fa all’ora di pranzo camminavo lungo la banchina davanti a mia moglie e mio figlio, in preda alla frenesia. “Aspettaci” continuava a dirmi lei e io non la sentivo esattamente come anni addietro non sentivo il mio testimone di nozze che mi ripeteva di smettere di tormentare la cravatta mentre attendevo l’arrivo della sposa.

Quella volta, tanti anni fa poche parole con lo chef, era sabato sera ed il locale pieno di persone, “Tutto bene? Cosa fate nella vita?”.

Ecco, io adesso non so cosa sia e non riesco a spiegarlo, l’ambiente inteso come il ristorante in sé (diciamocelo francamente che quello spicchio di spiaggia accanto al molo dove sorge non è poi bellissimo) o come ti prendono in carico le persone in sala, prima fra pari la sorella dello chef.

Certo, è questo assieme alla cucina di Mauro Uliassi che è per me cucina della memoria, non di quegli anni in cui andai per la prima volta e non è soltanto memoria di chi è cittadino del mare ma anche quella di chi come me dal mare è lontano. Trasferisce memi, piccoli pacchetti di cultura e di storia.

Nella maggior parte dei piatti riesco a percepire cose che ho dentro: profumi, sapori e situazioni e escono rafforzati. Il Bagnasciuga ed Il fosso sono stati per me notevoli. Ma anche le Canocchie ‘nbriaghe all’anconetana e il Rombo alla brace, purea di roscani, salsa bruciata e calamaretti col loro sapore di griglia più accentuato nel secondo piatto e smorzata da salse potenti e necessarie nel primo.

Riesce a colmare il divario tra quello che è la tradizione e la sua evoluzione attraverso una cucina che di orpelli ne ha pochi ma porta con se tanta cura e capacità, tante idee e finezza che travalica quello che forse è difficilmente comprensibile ai più e lo rende palese. Le Triglie fritte in saor di aceto, pecorino e prosciutto sono assolutamente semplici e spingono il menù di nuovo in mare nel momento più opportuno.

Non su tutti i piatti si trova tutto questo, altrimenti l’amore diventa venerazione, in taluni è soltanto la materia a parlare e il tocco umano è minimo come nel Tonno alla puttanesca che sostituiva la ricciola (forse troppo coprente il sapore del tonno). In altri come nel Gambero Rosso per me c’è l’esaltazione di tutto quanto ho scritto prima, la memoria dei gamberi cotti e mangiati nell’infanzia con il limone spremuto (come si faceva nei ’70) dove il gambero crudo favoloso è più dolce e dove la salsa di prugne da una freschezza talmente fine da farmi rimanere male.

Poi tanto vegetale e tanta leggerezza come si addice ad una cucina moderna. Nettezza di sapori in uno dei piatti del giorno: Fusilloni, ricci di mare, cicoria e acetosa sapidi e profumati con tutto il vegetale che potevano portare.

La Beccaccia alla marchigiana è gustosa, golosa con il suo crostino di interiora alleggerito dal fegato grasso. Il bosco in un piatto, il più nobile degli uccelli davanti a voi rispettato nel gusto, morbido ma giustamente da masticare come non ne avete mai mangiato.

Poi, per finire i dolci che son buoni, sono freschi e utilizzano quanto di meglio c’è nel territorio. Sono dolci ma non uccidono con lo zucchero ma attraverso il miele (ottimo) e la frutta.

Quando lo chef è venuto al tavolo non ho saputo dirgli nulla, abbiamo parlato d’altro. La prima cosa che ci ha chiesto è stata: “Tutto bene? Cosa fate nella vita?”

Gli omaggi di cucina: Wafer nocciola e fegato grasso, finta oliva all’ascolana, alghe fritte e kir royal

Gli ottimi pani con burro di mare. Burro montato con acqua di ostriche

Gambero rosso

Bagnasciuga

Il fosso

Triglie fritte in saor di aceto, pecorino e prosciutto

Tonno alla puttanesca

Canocchie ‘nmbriaghe all’anconetana


Fusilloni, ricci di mare, cicoria e acetosa

Beccaccia alla marchigiana

Rombo alla brace, purea di roscani, salsa bruciata e calamaretti

Tutto pesca

Formaggio di bufala e meringa di idromele

Dolcetti finali

Il vino bevuto

Ristorante Uliassi
chef Mauro Uliassi
Banchina di Levante 6, 60019 Senigallia (AN)
tel. +39 07165463 fax +39 071659327
http://www.uliassi.it

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Ristorante Lunasia (Calambrone, Pisa)

provato a cena ad Aprile 2014

Confrontarsi con un territorio ricco di tradizione come quello della costa toscana e mantenere alto tale livello non è facile.

Specialmente in un luogo come Tirrenia che fino a giugno sopravvive per poi godersi la stagione estiva.

Lo chef Luca Landi, però, ci riesce bene nel suo ristorante un poco nascosto agli inizi della cittadina marittima più prossima a Livorno immerso in un resort poco distante dal mare. La storia dello chef non sto qui a riportarla ampiamente presentata in Passione Gourmet.

Una costante che troverete in ogni piatto è l’alta qualità delle materie utilizzate e la grande capacità di manipolare questi prodotti. D’altro canto, forse la voglia di farsi notare da un luogo così defilato, è proprio l’eccessivo uso di tutti quegli ingredienti che in alcuni piatti porta a confondere il commensale nascondendo gli elementi centrali in mezzo ad altro.

La sala è molto ampia e circondata da vetri che guardano al curato parco, cucina a vista che lascia seguire quasi ogni passaggio del piatto. In sala grande attenzione e gentilezza anche se a tratti sembra che quanto viene detto faccia parte di un copione provato più volte. Poco male.

I ritmi sono ben determinati nella sequenza dei piatti e non lasciano né tempi morti né danno la sensazione di voler mandare via chi siede nelle comode sedie.

Nelle tre carte dei vini è possibile trovare tanto a prezzi più che ragionevoli. Se dicessi regalati direi un’esagerazione ma non sono certo prezzi da ristorante. Le ho guardate con curiosità e tanta voglia ma quella sera, se si esclude il vino offerto con l’aperitivo, non ho bevuto distrutto dalla giornata di lavoro e vincolato ad altro tempo da passare al computer dopo la cena.

Tre menù degustazione con i primi due che comprendono l’aperitivo dedicato ai cinque sensi. I prezzi delle degustazioni sono giusti e nel caso è possibile scegliere da una equilibrata scelta tra mare e terra.

L’inizio è molto interessante e a simboleggiare il gusto un Cono di sesamo con gelato alla cozza e guanciale croccante e l’olfatto Sgombro appena scottato con fumo di sigaro toscano.

A seguire l’udito con dei Crunchy crunch soffiato ai crostacei che possono dare dipendenza. Sfoglie leggerissime di varie farine aromatizzate diversamente e tenute insieme da una nuvola di polvere di crostacei. La stessa che ricopre una deliziosa panna acida con erba cipollina.

Poi il tatto con una sorprendente, e caldissima, Crocchetta liquida di aglio e polpo di eccellente fattura.

Quindi la vista con un leggerissimo Fritto in salsa rosa.

A concludere il senso “ironico” con un rinfrescante White lady e gelato ai tartufi di mare

Entrano in tavola gli ottimi pani accompagnati da una serie di oli di oliva

Per antipasto Capesante, sapori del sud con peperoni amarillo e radice di prezzemolo con tartufo e cipolla. Tanti sapori, tutti buonissimi (il sorbetto di cipolla è incredibile), che se da una parte danno freschezza e piacere dall’altra chiudono un po’ il “pesce” perfetto.

Poi l’Arca di Noè, zuppa di mare come un panino. Un incrocio tra la pappa col pomodoro ed un cacciucco di notevole intensità. Ogni prodotto è cotto in maniera precisissima.

A seguire una golosa Carbonara di mare. Omaggio ad Angelo Paracucchi. Spaghetti alla chitarra appena tostati nel grasso del bacon, tanto pesce con una leggera nota di fumo.

L’ultimo dei piatti salati è anche quello che mi ha deluso. Delle Guance di tonno brasate, padellata di erbi selvatici con Hummus cotte alla perfezione (anche i tortini di patate ed erbe erano squisiti) che si perde in ottime salse che con la loro eccessiva potenza e quantità vanno ad affossare il resti. Piato brutto da vedere.

Anche il dolce è molto complesso e predominano sapori di rosa. La tanta dolcezza è smorzata da foglie di menta e petali brinati e salati. Un po’ faticoso da finire.

Si termina con numerosi dolcetti tutti di buon livello.

Ristorante Lunasia
chef Luca Landi
Via dei Tulipani 1, 56018 Calambrone (Pisa)
tel 0039 050 3135711
http://www.softlivingplaces.com/hotel_green_park/ita/ristorante_lunasia_tirrenia.htm

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Ristorante I Sette Consoli (Orvieto, Terni)

provato a pranzo ad Aprile 2014

“Dobbiamo passare la giornata con mia sorella e le figlie che al bambino fa piacere!” anche se detto in maniera suadente e soave suona come un ordine perentorio, o meglio, come un consiglio dato da un amico degli amici.

“Però dove andar a pranzo scelgo io!” è stata la controproposta. Accettata ed io colgo al volo.

De I Sette Consoli ne parlavo due settimane prima con un amico, consigliere gastronomico sicuro, che mi diceva “Io ci andavo dieci anni fa e già allora il rapporto qualità prezzo erano ottimi”. E aveva ragione.

Ma come fidarsi di cene e pranzi di dieci anni fa. M’informo in giro, chiamo contatti del luogo e trovo conferma. Prenoto.

Il locale è un misto tra rustica accoglienza umbra ed eleganza. Belle apparecchiature e mobilio massiccio. Tanti vini, principalmente gli umbri, in esposizione.

La sala interna, nei mesi più caldi, si trasferisce nel bel giardino dove protetti da tende mangerete in mezzo a viti ultra trentennali, piante di arancio e fichi che han visto mio padre bambino. Davanti svetta tra i tetti bassi il duomo.

Servizio gentile e preparato anche se non sa rispondere a tutte le domande sulla carta del vino. Carta interessante e varia con ricarichi più che onesti.

I pani vi vengono portati assieme ad un olio del luogo particolarmente piccante e sono di buona fattura. Su tutti svetta il pane integrale e quello al formaggio.

Per primo prendiamo Tortelli di ricotta, pesto di fave, pecorino e guanciale che ci danno subito il senso dell’artigianato che in questo ristorante si compie. Pasta gialla di tuorlo e croccante, disomogenei nella loro uguaglianza, contiene una ricotta molto saporita e dolce lasciata molto al naturale. Forse avrei preferito una salsa di fave più caratterizzante ed un guanciale dosato e cotto con più perizia. Ma nonostante questo molto buoni.

Anche nei Ravioli di coda di vitello, vellutata di patate e il fondo di cottura troviamo la stessa caratteristica positiva. Questa volta la salsa di patate leggermente scarica trova un suo senso nel ripieno grasso e saporito e ancor più nel fondo usato per  nappare i ravioli.

Poi Il nostro piccione in padella profumato al Marsala servito molto semplicemente con un purè di patate anche questa volta non eccessivamente ricco che va a bilanciare la ricchezza del volatile e della salsa. Il marsala c’è e si sente ma non offusca questo volatile di grande qualità cotto in maniera perfetta. Proprio nella cottura e nella salsa s’incontrano tradizione e modernità. Carne rosa e salsa che sa di qualcosa di rodato e classico, croccante la pelle che nasconde un animale grasso quanto deve.

Anche il Fritto di costolette di agnello e carciofi è offerto, nella sua semplicità, in maniera più che discreto. Asciutto e saporito con carciofi appena passati nella semola e fritti velocemente in modo da mantenerne croccantezza e sapore naturali. Molti carciofi e costolette importanti.

Per dolce Il Tiramisu “Omaggio a Heston”. Una buona crema di mascarpone servita in un vaso a simulare una piantina di menta. La crema è davvero buona e divertente la terra di cioccolato che la ricopre e che da croccantezza. Sul fondo una pasta bagnata nel caffè forse un poco troppo chiusa. Perché un omaggio a Blumenthal? Lo chef inglese non ha lavorato li e nemmeno loro hanno lavorato con lui ma evidentemente, chi sta in cucina, si è innamorato della sua rivisitazione e ha cercato di riproporla in quella forma.

Ad accompagnarci due pinot neri. Facile nella sua bontà il primo e sicuramente più opulento il secondo.

Per concludere: un ottimo ristorante nel quale non avremo modo di rimanere sorpresi per abbinamenti particolari o creazioni sbalorditive ma nel quale le materie sono al centro. Prezzi adeguati per una città tanto piena di turisti e negozi di souvenir. Da tornare.

Ristorante I Sette Consoli
Piazza Sant’Angelo 1A, 05018 Orvieto (Terni)
Tel. 0763 343911
http://www.isetteconsoli.it

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Ristorante Marconi (Sasso Marconi, Bologna)

provato a pranzo a Marzo 2014

Arrivate in anticipo, diciamo un’oretta se la giornata è di sole e la metà se fa brutto, a Sasso Marconi e oltrepassatela seguendo la via che la divide a metà. Seguite l’indicazione per il mausoleo di Guglielmo Marconi e andate a visitarlo.

Magari mentre fate quei pochi chilometri che lo dividono dall’uscita dell’autostrada ascoltate la radio e pensateci. Il mausoleo è una miniatura del Pantheon di Roma con all’interno grandi scritte che inneggiano al genio italico firmate da chi genio non fù. Sopra la villa di Marconi adesso sede della fondazione che porta il suo nome e dietro casa i luoghi dove sviluppò la sua idea.

Adesso è ora di pranzo, tornate indietro per un paio di chilometri e sulla sinistra troverete l’insegna del ristorante Marconi. Mentre guidate, ora, ascoltate Titanic di De Gregori e alla strofa in cui parla del “marconista sulla sua torre” pensate a come è vicina invece la nostra chef con i suoi capelli rossi nell’aria che chiusa in cucina prepara la linea per quello che mangeremo.

Tavoli ampi e spazio abbondante, toni di grigio e luce regolata dalle tapparelle. L’unica cosa che stona, se ci fate caso, è la brutta canaletta elettrica che segue il perimetro delle stanze.

Massimo Mazzucchelli vi accompagnerà nella scelta dei piatti raccontandoveli in maniera affatto pedante, la narrazione seguirà soprattutto l’idea sviluppata in cucina e se, come noi, prenderete uno dei menù degustazione vi alzerete da tavola con la sensazione che avete lasciato qualcosa d’importante in cucina e che quindi dovrete ritornare.

Tre i menù degustazione, il primo è stato selezionato dalla chef a 75 euro, gli altri due – rispettivamente da 55 e da 80 euro – sono di 4 e 7 portate che potrete scegliere a piacere tra quelle in carta.

Noi siamo andati per il menù da sette portate e, finendo con della carne, abbiamo scelto di bere un bianco che avesse una struttura piuttosto importante. Crozes Hermitage di Marc Sorrel del 2007 carico di spezie e complessità con un’acidità persistente.

Il pane non è di molte varietà grazie al cielo, un grissino fatto a dovere ed un panino in stile emiliano ottimo nonostante non ami quel genere di pane. Un terzo pane intarsiato di ciccioli di anatra invece che non basta mai.

Il primo omaggio di cucina è un trittico di Panna cotta alle rape, Crostino con patè di fegatini e un Cucchiaio con spuma di parmigiano che si caratterizza per l’intensità dei tre elementi principali.

Così è anche per il secondo omaggio: del Baccalà mantecato con una salsa all’anice di pregevolissima fattura con la spezia che smorza, sobria e dolce, il sapore e la sapidità del pesce.

Con il primo piatto la chef ci da uno schiaffo, una stilettata. Il Mare d’inverno è gelido al primo cucchiaio e nei successivi è un continuo alternarsi di gelo e mare che non da scampo fino all’ultimo cucchiaio quando l’aringa affumicata spegne tutto senza togliere però lo stupore. Fasolari crudi, cappesante e alghe, gelo di acqua di canocchie. Forse da cambiare ci sarebbe la stoviglia che così raccolta a mio parere non valorizza il cibo e quello che vuol rappresentare.

Poi quasi a volerci far riappacificare con le nostre bocche arriva uno Scampo crudo, funghi e ricotta al ginepro accompagnato da un brodo di porcini tiepido che ci viene versato in tavola quasi privo di sale per bilanciare la ricotta molto intensa. Masticate tutto con cura e vi troverete in bocca un piatto estremamente armonico dove la terra umida del brodo sarà dolce di mare.

A seguire Granseola, uovo e arachide, un piatto da rompere e mescolare ricco e complesso. Grasso ed elegante con le note del limone e delle arachidi che prolungano il piacere. I crostini di pane vivificano le consistenze.

Come piatto che ci fa dire addio agli antipasti del Capriolo, fieno e grano. La salsa alla base è di fieno e camomilla con quest’ultima che si sente importante ma senza prevalere sugli altri agresti aromi caratteristici. Carne appena scottata dolce e sapida con i sentori dati dalla “caramellizzazione degli zuccheri” utilizzando il tormentone del Corelli televisivo.

Poi un piatto storico della cuoca romagnola il Maccherone ripieno d’anguilla affumicata, ostrica cruda e spinaci. Anche in questo caso un piatto che trova il suo bilanciamento a posteriori. La pasta quasi al chiodo con un ripieno cremoso e intensissimo che viene addomesticato dalla mineralità verde della crema di spinaci e da quella salina e robusta del battuto di ostrica che arriva più lenta rispetto al resto ma che in crescendo farà sentire la sua necessaria prepotenza.

A sorpresa il maître ci offre, al momento della scelta eravamo indecisi se metterlo nella lista dei sette, l’Agnello in testa. Graditissimo ed intenso per profumi e sapori ovini ma allo stesso tempo espressione di un’eleganza pensata e voluta fortemente per questa parte spesso snobbata. Guancia brasata e gelatinosa senza essere spappolata, lingua grigliata e consistente, crema di cervella con le sue caratteristiche minerali. Questi ultimi mi sono sembrati la parte migliore intensi e non adatti a tutti eppure nobilitati da tanto ardito sprezzo del pericolo (mi rifaccio al linguaggio del mausoleo).

Per finire il piatto che forse mi ha lasciato più dubbioso, il Piccione, pampepato salato e patata dolce. Cottura ottima e animale di grande carne a mio giudizio servito ad una temperatura leggermente troppo bassa che rinverdiva in me il ricordo di carni crude che non amo particolarmente. Diventa più armonico con il panpepato, offerto forse in maniera troppo generosa sul piatto, e soprattutto con la salsa ricavata dalle interiora. Di arancia caramellata invece ne avrei voluto un poco di più con il suo carico fresco e intenso.

Prima del dolce ci viene offerta un’ottima Gelatina di limone con caramello alla liquirizia e caffè che per certi versi mi riporta al dolce mangiato al Marin di Genova e le considerazioni fatte. Dalla prima all’ultima cucchiaiata non mi sono potuto togliere dalla testa che chi sta in cucina è mia coeva e mi sono immaginato, non ne ho certezza, il suo tentativo di proporre una divertente e fine riproposizione del gelato al limone con stecco alla liquirizia dei giorni d’estate.

Il dolce è un altro piatto fondamentale della chef, Ananas in raviolo con ricotta, caffè, uvetta e pinoli che pulisce tutto e freschissimo consegna il pasto al passato. Non nel senso che è stato un pasto da dimenticare ma ne segna purtroppo la fine. Dolce e grasso, acidità e amaro del caffè non trovano sosta, “Massimo per cortesia me ne può portare altri due”.

Dolcetti finale di gran livello con i baci di dama che svettano.

Mia moglie voleva provare uno chef donna pensando che potesse essere più “dolce” e delicata. Più sensibile diceva soprappensiero e innocentemente in un ripetersi dettato più dalla voglia di far conversazione che da pensieri radicati in lei. Quando siamo venuti via le ho chiesto cosa ne pensasse della cucina al femminile e mi ha risposto che non esiste. Che esistono solo bravi e cattivi chef con tutte le sfumature del caso. E poi chef che riescono a stupirti sempre e altri che lo fanno in qualche piatto.

Qui abbiamo trovato una cucina più giocata sull’essenziale, sul togliere, che sull’orpello anche se in alcuni piatti si comprende la necessità di aggiungere per raggiungere il risultato voluto in cucina, piatti giocati sulle materie e sulla concentrazione.

Ristorante Marconi
chef Aurora Mazzucchelli
Via Porrettana n.291, 40037 Sasso Marconi (BO)
Tel. +39 051 846216
http://www.ristorantemarconi.it

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