Tag: Il Sole 24 ore

“Mangia io” ovvero delle soddisfazioni che danno i figli

Domenica pomeriggio porta noia se devi restare a casa. Mia moglie sonnecchiava sul divano e l’uomo nuovo di casa si applicava nell’ineguagliabile arte di fare file di automobiline e altri oggetti.

Io guardavo lui e lei che dentro a quella domenica lenta avevano trovato una loro dimensione. Io mi giravo i pollici.

Sono andato alla libreria e ho cominciato a riguardare i libri dei grandi chef pubblicati qualche anno fa da Il Sole 24 ore.

Guardo Aimo e Nadia, poi Il PescatoreCaino e JoiaPinchiorri e poi Cracco.

A quel punto il ragazzo si è fiondato sul divano, mi si è seduto accanto e indicando la foto su cui ero, le verdure essiccate al naturale, ha detto “Bonooo! Mangia io”. Probabilmente gli ricordavano le patate fritte.

Poi ha voluto che gli facessi vedere tutte le foto e che gli leggessi tutti i titoli delle ricette e ad ogni foto indicava cosa attirava la sua attenzione commentando con “Bono!” o “Mangia io!” o “Piace io!”.

Quando abbiamo chiuso mi ha spinto via dal divano dicendo “Vai!”, ho chiesto “Ti preparo qualcosa da mangiare?”. Si è accontentato di pane e prosciutto cotto.

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Tre giorni al McDonald’s

Francesco Costa è un giornalista de Il Post, l’ottima testata giornalistica online diretta da Luca Sofri. La settimana scorsa Costa ha pubblicato nel mensile de Il Sole 24 ore “IL” un articolo intitolato “Gnam, i miei tre giorni a cuocere hamburger” dove racconta la sua esperienza in un McDonald’s Milanese.

Queste le prime righe dell’articolo:

Duecentodieci, sessantanove, dieci, sette, e questi solo per cominciare. Ho passato tre giorni a lavorare al ristorante McDonald’s di Segrate, provincia di Milano, tra l’idroscalo, Linate e il luna park, e la prima cosa che ho scoperto è che bisogna avere un’ottima memoria. Duecentodieci, per esempio, è il numero massimo di secondi che dovrebbero passare da quando un cliente si mette in coda a quando lo stesso cliente riceve quello che ha ordinato.

Ogni cassa inoltre ha un cronometro che parte automaticamente quando si comincia a digitare l’ordine e si ferma quando il cliente lascia la cassa col vassoio in mano: passata una certa soglia il cronometro diventa rosso e indica a chi sta prendendo l’ordine che bisogna fare più in fretta. Le eccezioni ci possono essere – momenti di grande folla, ordini particolarmente ricchi e complicati – ma duecentodieci secondi è l’obiettivo. Sessantanove, invece, è la temperatura minima che deve avere la carne appena cotta.

Ogni mattina il manager di turno usa un tester per misurare la temperatura dei primi hamburger cotti su ogni piastra: se il risultato è negativo si cambia la regolazione della temperatura e gli hamburger cotti male si buttano. Dieci sono i minuti che ogni panino può passare nel cosiddetto bin, cioè l’armadione aperto da entrambi i lati che siamo abituati a vedere dietro le casse: o il panino viene venduto entro quei dieci minuti o viene buttato, non perché non sia più commestibile ma perché il suo gusto, anzi, come dicono qui, le sue «qualità organolettiche», non sarebbero più all’altezza degli standard considerati soddisfacenti dall’azienda. Sette sono i minuti di vita massima, prima di essere venduto, dell’alimento che ha la vita più breve tra tutti quelli offerti da McDonald’s, una volta cotto: le patatine fritte. Questo perché il loro gusto si deteriora in fretta e perché con le patatine non si può sbagliare: il 98 per cento degli scontrini battuti ogni giorno contiene, tra le altre cose, almeno una porzione di patatine fritte.

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